Bang bang

Quando un action hero incontra una ragazza dalla lingua tagliente, non c’è tecnica di combattimento che possa salvarlo.

Il sergente del SAS Ryan Hill è in malattia, dopo essere stato ferito a una gamba. A salvarlo da una noiosa convalescenza ci pensa il suo capo, affidandogli un incarico speciale: proteggere una stand-up comedian finita nel mirino del terrorismo islamico. Darcy Yates non immaginava che fare una battuta sulle barbe dei combattenti dell’ISIS l’avrebbe messa in pericolo, ma è successo e ora deve uscirne in qualche modo. Darcy è pungente, è labourista e odia i militari. Non a caso, dato che è la figlia di un generale, lo stesso generale che le ha appena inflitto una scorta di quattro Rambo dei corpi speciali. Darcy non ha alcuna simpatia per quelli che considera sociopatici dal grilletto facile drogati di adrenalina, ma bisogna ammettere che Ryan, il capo pattuglia, è divertente. E sexy. E molto, molto in forma. Nemmeno la consapevolezza che quel tizio è addestrato a uccidere con qualsiasi oggetto, da una matita a un peluche, riesce a smontare l’attrazione che prova per lui, ma c’è un elemento che rema contro sgraditi coinvolgimenti emotivi: il bel Ryan, lì, rischia la vita su base giornaliera in pericolose missioni nei teatri di guerra di tutto il mondo e Darcy sa fin troppo bene com’è aspettare a casa uno che potrebbe non tornare…

«Spiegami questa cosa della mascolinità tossica» disse lui, dopo un po’, cercando di farla pensare a qualcosa di diverso dai due stronzi che li seguivano. «Secondo te il problema degli jihadisti è quello? Mascolinità tossica?»
Darcy sbuffò. «E avranno il cazzo piccolo. Di sicuro».
Lui si mise a ridere. «Non mi sembra un commento molto femminista».
«Ti sbagli. Perché—
Il telefono di Darcy iniziò a suonare ed entrambi guardarono il display.
«Cavoli, è Miranda. Devo risponderle».
«Certo, ma credo che sia meglio non darle dettagli dell’operazione».
«Okay». Darcy attivò il vivavoce. «Ciao cara».
«Ciao, volevo solo sapere come andava».
«Benino, ma ora sono distrutta, Miranda. Sto guidando verso Cardiff. Possiamo sentirci domani?»
«E che fine ha fatto il tuo bel marine? Non può nemmeno sostituirti al volante?»
Darcy sospirò. «È qua. E spero che i tuoi apprezzamenti estetici lo facciano soprassedere su “marine”, perché mi piacerebbe avere ancora te come agente, nei prossimi anni».
«Oh. Ops. Salve, Ryan».
«So dove vivi, Miranda» disse lui e Darcy quasi sorrise.

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Classificazione: 3 su 5.

Unfit Vol. 3: Vera

Amori di tre ragazze impresentabili

«Non mi pare una gran buona idea» considerò Haddock.
«Sono una Vassemer, non abbiamo buone idee».

La Stagione 1889 sta per finire e due delle tre sorelle Vassemer si sono sistemate. E, come tutte le malelingue della capitale hanno notato, si sono sistemate molto bene, sposandosi ben al di sopra del loro rango.
Resta solo Vera, la sorella di mezzo, che continua a ripetere a tutti di voler diventare una scrittrice di successo e di non essere interessata al matrimonio. Si è mai sentito qualcosa di più scandaloso? Chi mai potrebbe volere una ragazza del genere?
E, a proposito di scandali, le Vassemer non sono l’unica fonte di pettegolezzi della capitale. La famiglia dell’amata Regina Vittoria è sempre prodiga di comportamenti discutibili e anche il resto dell’aristocrazia non scherza. Peggio ancora, una piaga particolarmente odiosa rischia di venire alla luce. No, non si tratta delle solite quisquilie: adulterio, ricatto, figli illegittimi o evasione fiscale. No, non è neppure l’annoso problema dei nouveaux riches che pretendono sempre più posti al sole. E chiaramente non ha nulla a che fare con l’assurda richiesta delle suffragiste che anche le donne possano votare.
Questo è peggio. Si prepara lo scandalo più gigantesco dell’epoca.
O forse no.
In fondo, se c’è una cosa che la nobiltà del Regno sa fare bene è nascondere la polvere sotto il tappeto.

Unfit è una trilogia sulle disavventure di alcuni rispettabilissimi gentiluomini, che alla vita non chiederebbero altro che pace, tranquillità e le sacrosante gioie del patriarcato, vessati dalla mancanza di tatto di tre ragazze con il cervello pieno di sciocchezze, ambientata in un tempo migliore in cui gli uomini erano uomini e le donne erano piante da interno.

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Classificazione: 3.5 su 5.

La notte si porta via tutto

Lui, una celebrity le cui sregolatezze tengono banco sui giornali scandalistici.
Lei, una chirurga ortopedica di origini somale.
Un paese fantasma, una storia improbabile e intensa, un atto di generosità che non passa impunito.

Quando riceve una richiesta di intervento in un paese fantasma dell’Alto Piemonte, l’ultima cosa che Jamilah si aspetterebbe di trovare è una celebrity con una gamba incastrata tra le assi di un pavimento cadente. E invece l’uomo in difficoltà è proprio Marco Santacroce, il figlio ormai trentottenne della star del rock Vittorio Santacroce. Il celebre cantante è morto dieci anni prima, ma le sregolatezze del figlio tengono ancora banco sui giornali scandalistici. Jamilah è una chirurga ortopedica, lontanissima dal mondo dello spettacolo e da qualsiasi frivolezza. Italiana di origini somale, ha lavorato nei paesi più poveri del mondo e solo da poco è tornata a vivere nel suo paesello di montagna, tra gli amici del liceo e tra la diffidenza di chi fatica a fidarsi di una dottoressa nera. Lei e Marco non hanno nulla in comune, almeno all’apparenza. Certo, lui è bello, ed è anche diverso da come lo dipingono i siti di gossip. È un po’ più vero e disperato dell’immagine che rimanda il web. Jamilah dovrà provare sulla sua pelle che cosa significhi finire alla gogna mediatica per capirlo davvero. E Marco dovrà cercare di allontanarsi dal passato per cominciare a vivere.

Le porte si aprivano con una tessera magnetica. Santacroce fece scattare la serratura della stanza numero 306 ed entrò. Tutte le luci si accesero al loro ingresso, deboli e gialle.
«Non è il massimo della vita» commentò Jamilah, osservando le pareti beige e la moquette marrone.
«Ma no, è okay. Senti, volevo chiederti una cosa». A quel punto si interruppe. Lì, in piedi in quella stanza troppo beige, con la porta ancora aperta, nella luce flebile e itterica delle applique di vetro satinato, riflesso dallo specchio sopra la scrivania. In un film quella pausa sarebbe sembrata carica di significati, ma nella realtà fu solo un po’ strana.
«Cioè, pensavo» riprese a parlare Santacroce. «Avrai dei piani per la serata».
Sembrava un trabocchetto. Non un trabocchetto volontario, magari, ma il genere di affermazione che ti spinge a dare risposte avventate di cui subito dopo ti pentirai. Risposte tipo: “Non ho nessun piano, ecco la mia vagina, facci quello che vuoi”.
Jamilah si limitò a un cautissimo: «In che senso?»
«Nel senso… stavi tornando a casa. Avrai cose da fare. In caso contrario…» Si interruppe di nuovo, gonfiò le guance ed espirò. «Sono un po’ scosso, per così dire. Ero un po’ scosso anche in partenza, per me non è un gran periodo. Se non hai niente di urgente da fare potresti soccorrermi anche emotivamente e cenare con me. Finché non ho smesso di tremare, diciamo».
Lei sbatté le palpebre. «Stai tremando?»
«Pensavo che si vedesse. Ora mi pento un po’ di averlo ammesso».
Jamilah emise una risata leggera. «Per fortuna c’è la confidenzialità medico-paziente. Potremmo ordinare da qualche parte. Non mi sembri in grado di andare a mangiare fuori».
«Già».
«Comunque a casa mi aspettava una pizza surgelata».
«Oh. Pensavo che voi medici aveste una vita sociale brillante».
«Non so come ti sia fatto una simile idea».
Santacroce ci pensò per qualche secondo. «Nip/Tuck, credo».
Jamilah sospirò e scosse la testa. «Lo dico sempre anch’io che avrei dovuto scegliere chirurgia estetica».

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Classificazione: 3.5 su 5.

Il patto

Tra le ventiquattro tribù delle Forze Congiunte dell’Alleanza è stato stipulato un Patto: tutti i primogeniti si impegnano a sposare il membro di un’altra tribù, sorteggiato in modo casuale tra persone “compatibili”, e a generare due figli di sangue misto. Il sistema è nato per rafforzare i legami tra popoli un tempo nemici, ma ora impegnati in una sanguinosa guerra interplanetaria contro un avversario comune, una specie aliena e spietata.
I matrimoni combinati del Patto non sono privi di svantaggi, ma sono anche matrimoni a tempo. Una volta fatto il proprio dovere, i due componenti della coppia possono tornare alla propria vita.
Sarebbe anche il piano di Risah, a cui è stato assegnato come marito un soldato di Surraja, pianeta desertico e culturalmente arretrato, che però ha almeno il pregio di essere impegnato in guerra e avere poco tempo per lei. Al di là di questo, Maren è moralista, tradizionalista e pieno di pregiudizi sulle donne, specie sulle donne indipendenti come Risah.
Certo, è bello, sexy, virile. Ma la virilità non basta a renderlo un partner passabile, anzi è solo un altro problema.
La loro unione a distanza è scandita da incontri rari e disastrosi, che sembrano preludere a uno scioglimento ben prima che il Patto sia rispettato. Come possono trovare un equilibrio due persone così diverse, che presto arrivano a detestarsi a vicenda?


Poco dopo in mezzo alla sala compariva l’immagine di un uomo, leggermente sfarfallante. Passarono un paio di secondi, prima che l’uomo iniziasse a parlare, istanti che Risah usò per studiarne l’aspetto.
Con un certo divertimento, si trovò a pensare che somigliasse a Kor. La sua era una delle tribù dei pianeti desertici, senza dubbio. La carnagione del suo futuro sposo era olivastra, i capelli di un castano appena più scuro della sua pelle, con vaghi riflessi dorati. Aveva i lineamenti affilati, gli occhi chiari a fessura, un paio di linee verticali sulle guance. Alto, snello, spalle larghe e fianchi stretti, chiaramente tirato a lucido in fatto di efficienza fisica, il tutto coperto da abiti morbidi e beige, composti di diversi strati.
Era bello, sì, non si poteva negare. Risah ne fu sollevata, ma provò anche una punta di preoccupazione. Un uomo più brutto sarebbe stato di certo grato di averla in moglie. Questo? Non era detto.
Il suo futuro sposo rivolse un mezzo inchino rispettoso all’aria davanti a sé e si raddrizzò subito. Parlò con un accento morbido e un po’ strascicato.
«Onorevole famiglia Andorr della tribù dei Narja… Onorevole Risah Andorr, mia legittima consorte. Mi rivolgo a voi secondo le usanze dell’Antico Popolo, per rendere definitivo e vincolante il legame tra le nostre due famiglie».
Risah si rese conto che aveva qualcosa tra le mani e che stava leggendo. Il che era confortante, perché significava che
sapeva leggere.

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Classificazione: 4 su 5.

Unfit Vol. 2: Fortune

Amori di tre ragazze impresentabili

«Quindi è così. Si permette di citare Baudelaire» disse Fortune.
«Mi permetto».

La Stagione 1889 è iniziata e che cosa possono mai fare tre sorelle impresentabili nel grande melting pot londinese, attraversato da moti suffragisti e lotte di classe, affollato di slum dove la povertà è inaccettabile e percorso da avanguardie culturali, crocevia per uomini e donne di ogni cultura e religione, in cui nobili e plebei si trovano a condividere la stessa aria inquinata dal fumo di mille caminetti?
Be’, ma chiaramente vestirsi come meringhe e andarsi a inginocchiare davanti alla Regina!
La sorella maggiore, Rachel, per la verità si è già accasata, nientemeno che con un marchese, ma le due minori, Vera e Fortune, sono ancora a piede libero.
Fortune ad accasarsi non è poi molto interessata, anche se con la famiglia del suo tutore legale le frizioni sono continue. Quindi se la fila il più spesso possibile per coltivare amicizie diverse con le donne più rivoluzionarie in città. Un’occupazione non priva di rischi, dato che le manifestazioni di protesta spesso finiscono con l’arresto di tutti i partecipanti.
Sua cugina Laura non capisce proprio che cos’abbia in testa per mescolarsi con certa gente, quando tutti gli scapoli di Londra le girano attorno. Il problema è che nessuno tra gli scialbi figli dell’aristocrazia del regno costituisce una buona accoppiata intellettuale per Fortune… nessuno tranne uno: il sulfureo, scandaloso, donnaiolo impenitente, giocatore d’azzardo, scapestrato Lord Grey, terrore di ogni madre con una figlia in età da marito.
Ecco, con lui Fortune non si trova male. Peccato che anche solo farsi vedere in sua compagnia potrebbe distruggere la reputazione di tutte le ragazze della famiglia. Che cosa potrebbe mai andare storto?

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Unfit Vol. 1: Rachel

Amori di tre ragazze impresentabili

«Sto per fingere di svenire» disse Rachel.
«La ringrazio per questo barlume di buonsenso».

Le sorelle Vassemer sono cresciute in una grande, antica casa nel Lincolnshire con il padre, Sir Henry. In paese i Vassemer hanno una solida fama di eccentricità e non si può negare che sia ben meritata: Sir Henry è un astronomo e la figlia maggiore, Rachel, a trentatré anni è convinta di essere a sua volta un’astronoma – come se una donna potesse capire le complessità del cosmo. Ovviamente è destinata a restare zitella. Le figlie minori, invece di preoccuparsi di debuttare in società come qualunque signorina assennata, intendono dedicarsi una alla scrittura e una al suffragio femminile – come se ci fosse un singolo motivo per cui alle donne dovrebbe essere permesso di votare. Per fortuna la loro casa crolla, Sir Henry muore e le ragazze vengono smistate tra tre diversi tutori. Rachel finisce nella grande tenuta di Lord Julian Acton, Marchese di Northdall e parecchi altri titoli, un vedovo con due figli appena usciti dall’adolescenza, un imperscrutabile domestico indiano e un’unica passione nella vita: i cavalli. Ma Lord Northdall non è un aguzzino e con miss Rachel raggiunge subito un accordo basato sul buonsenso. Miss Rachel può continuare a essere impresentabile finché vuole, ma in pubblico si comporterà da perfetta gentildonna. Miss Rachel accetta. No, sul serio, accetta.
Purtroppo essere normali non è così semplice, quando sei una Vassemer, e Lord Northdall se ne accorgerà presto a sue spese.

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Classificazione: 3 su 5.

Hermanos

El asesino en serie apodado por la prensa como «el Vampiro» lleva casi diez años matando con total impunidad. Cuelga a sus víctimas bocabajo y las desangra. Pero los hombres a los que mata están todos manchados por el más obsceno de los crímenes: abuso de menores. Por eso hay quien cree que el Vampiro no va a ser castigado nunca, ya que en cierto sentido hace que las calles sean más seguras.

Sin embargo, ahora un nuevo indicio arroja otra luz a sus delitos. El ADN del Vampiro aparece en otras escenas del crimen, y esta vez sus víctimas son mujeres jóvenes e inocentes. Para parar definitivamente al monstruo, el FBI se apoya en una asesora de mucho renombre. Se trata de Almond Holt, hija de un asesino, que se dedica a trazar perfiles. Gracias a su sensibilidad única y a la vez quizás molesta, Almond se acerca a la verdad… una verdad oscura que profundiza en las raíces del doloroso pasado de dos hermanos. Solo su conciencia podrá distinguir a las víctimas de sus verdugos…

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Classificazione: 2 su 5.

Il marito in affitto

Sul volantino dice: “Mike Reed, marito in affitto”, ed elenca tutte le piccole riparazioni che Mike può fare in casa tua, dall’aggiustarti il lavandino a falciarti il prato. Quello che non dice è che Mike Reed è un vero e proprio splendore, uno che potrebbe fare il modello in una pubblicità di profumi, e che è pure alla mano e simpatico. Quindi dov’è il trucco? Alina lo chiama per una riparazione e poi si trova ad assoldarlo davvero come marito in affitto, o meglio, come fidanzato a una riunione di ex compagni di classe. Mike si comporta in modo perfetto e c’è anche un interludio romantico che Alina non avrebbe mai osato immaginare. È così bello, perché dovrebbe piacerle lei? Proprio lei, con la sua famiglia ingombrante, asfissiante e messicana. Lei che non potrebbe mai fare la modella, nemmeno per una pubblicità di aspirapolveri. Lei che lotta con problemi banali come i concorrenti sul lavoro e non con problemi grossi come quelli di Mike. Perché Mike è splendido, è vero, ma è tutto finto. Una volta scoperta la verità, non c’è più motivo di essere in soggezione. Ma, Alina, aspetta un attimo… sei davvero sicura di aver scoperto la verità?

Quando la luce del lampione mi mostrò in ogni dettaglio l’inconfutabile splendore di Mike Reed, per un istante meditai di non farlo entrare.
Ma non potevo aprire il rubinetto centrale dell’acqua senza allagare la cucina e il mattino seguente avrei avuto bisogno di farmi una doccia: mi ordinai di essere pragmatica.
Venti secondi più tardi mr. Reed saliva con passo elastico i due gradini che portavano alla mia porta. Aveva una t-shirt bianca che non nascondeva i deltoidi definiti, un gilet da pescatore aperto che lasciava intuire la pancia piatta, e dei jeans non troppo aderenti che non impedivano di vedere che le sue gambe erano snelle, lunghe, muscolose nei punti giusti. Ma la cosa che ti fregava davvero era la faccia. Era uno di quei mori che in realtà sono biondo-scurissimo. Le sopracciglia scure, ad ala di gabbiano. Qualche ruga d’espressione accanto agli occhi, azzurro-grigio. E a dare un tocco ancora più da rivista di moda, entrambe le braccia erano tatuate a partire dal polso, tatuaggi giapponesi con carpe, draghi e crisantemi. Bei tatuaggi che dovevano essergli costati un sacco di soldi.
«Mike Reed, il tuttofare che ha chiamato» mi disse, tendendomi la mano.
Sorrise, un sorriso aperto e amichevole.
Indovinate? Aveva i denti dritti, bianchi, perfetti.

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Classificazione: 4.5 su 5.

Un professionista dell’amore

7 years special

Dopo una giornata particolarmente dura in tribunale, Kaia Evans, avvocatessa e socia di un grande studio legale di Boston, decide di concedersi una notte di divertimento con un ragazzo di un’agenzia di gigolò. Ma l’uomo che si presenta alla sua porta, non è quello che ha scelto. È meno giovane, è più complicato e ha un dolore negli occhi che Kaia non riesce a dimenticare. E il sesso con lui è la fine del mondo.
Consapevole che innamorarsi di un professionista dell’amore sarebbe un’idiozia, Kaia decide di non chiamarlo mai più. Dal canto suo Taylor è stato chiaro: le uniche relazioni che concepisce sono a pagamento.
Ma il destino a volte è beffardo, e quando Kaia viene a sapere che il suo studio ha assunto un nuovo caso pro bono che riguarda uno gigolò sfigurato da una cliente, in fondo non si stupisce di scoprire che è Taylor. Le loro vite si intrecceranno in modi che nessuno dei due avrebbe potuto prevedere… nel bene e nel male.

Sul momento restò davvero delusa. Non perché quell’uomo fosse brutto, al contrario, ma appunto perché era un uomo fatto. Doveva avere più di quarant’anni, le guance segnate da diverse rughe dritte, gli occhi chiari sulla pelle abbronzata, la barba di cinque giorni, così a occhio e croce.
E dato che l’aveva colto di sorpresa aprendo la porta prima che suonasse il campanello, non sorrideva nemmeno. Aveva un’espressione seria, concentrata… non molto festiva, per così dire.
Kaia sospirò. Lì, dritta sulla porta aperta.
«Saresti tu? Almeno ti si rizza ancora?».
Ripensandoci a posteriori, non sapeva come le fosse sfuggita una simile frase. Offensiva. Maleducata.
Ma il professionista, lì, doveva essere abituato alle clienti cafone.
Si limitò a una risata bassa e noncurante. «Ovviamente sono pieno di viagra. Ma posso sempre andarmene».
Kaia arrossì di colpo.
Si fece da parte. «Ti giuro che non so come ho fatto a dire una cosa del genere».
Il professionista si strinse nelle spalle. «Almeno sei stata onesta». Si guardò attorno, abbracciò con lo sguardo l’ampio salone e l’arredamento di design. «Sembri un tipo pratico. Spiegami che cosa hai in mente».
Kaia si bloccò e lui le lanciò un sorriso bianco e assolutamente torrido.
«Non ti imbarazzare».

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Il bambino nella pioggia

In una giornata come tante, Vera trova una macchina rovesciata in un fosso sulla strada che passa accanto alla sua fattoria. Dentro la macchina c’è uno straniero, o meglio, un tizio di città che chissà come è finito da quelle parti. Lo straniero non vuole essere portato in ospedale e sembra in fuga da qualcosa, ma si offre di sdebitarsi aiutandola con la fattoria. Le dice solo il suo nome: Scott.
Scott non parla molto, ma lavora duro, e a Vera una mano serve davvero, perché da quando suo marito è morto, due anni prima, è da sola alla fattoria e sta per soccombere alla fatica, all’amarezza e ai debiti. Quello che un tempo era un sogno si è lentamente trasformato in un incubo di riparazioni non fatte, frutta non raccolta e bustarelle non pagate. Funziona così, da quelle parti. Tutti dicono di voler aiutare una donna sola, ma il suo terreno fa gola a molti. Alla cooperativa, che si è offerta di comprare a un terzo del valore, e ai fratelli Cuddy, che insieme alla proprietà si comprerebbero volentieri anche Vera.
Scott lavora e non fa domande. Ma chi è? Da dove viene? Quali esperienze l’hanno portato a fuggire dal mondo e a nascondersi lì? Vera sa solo che di lui si fida sempre di più e che sta risvegliando in lei qualcosa che pensava morto per sempre…

Quando il sole era ormai basso sull’orizzonte Vera si mise a tagliare le verdure per il minestrone, mentre Scott si dava una lavata. Tornò in cucina poco dopo con una delle sue camicie nuove addosso.
«Puoi anche riposarti un po’, ogni tanto» gli disse, sentendo che si fermava dietro di lei.
«Già. Non volevo aiutarti» rispose lui. Le posò le mani sui fianchi, da dietro, mentre lei sbucciava le patate. Vera si bloccò e gli lanciò un’occhiata al di sopra della propria spalla. «Cioè?» chiese.
Lui la circondò con le braccia, appoggiandosi a lei senza premere. Le sue mani rimasero sulla pancia di Vera, senza scendere né salire. «Niente, mi va» rispose Scott. Le baciò il collo. «Se non ti secca resto così, mentre affetti quella roba».
«N-non mi secca» balbettò lei. Riprese a sbucciare le patate. Gesti veloci e sicuri, gesti che era abituata a fare. Il calore del corpo di lui dietro al proprio era confortante. Le piaceva la vicinanza. Le piaceva stare nelle sue braccia.
Le faceva anche paura, ma a quello poteva non pensare. Concentrarsi sulle patate da fare a dadini sul tagliere.
Il sole si abbassò sui campi, riempiendo la cucina di luce arancione. All’improvviso le venne in mente che era tanto tempo che non ascoltava la radio. Qualche bella canzone.
Non la accese. Non voleva spostarsi, finché lui continuava ad abbracciarla da dietro.

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