Unfit (English Edition)

A Season of Three Unpresentable Girls

Unfit is a trilogy about the tribulations of several perfectly respectable gentlemen who asked nothing more of life than peace, quiet, and the sacred comforts of the patriarchy — now besieged by the staggering tactlessness of three young women with heads full of nonsense, set in a better time, when men were men and women were houseplants.

1. Rachel

“I am about to pretend to faint,” said Rachel.
“I am most grateful for this small mercy.”

The Vassemer sisters grew up in a large, ancient house in Lincolnshire with their father, Sir Henry. In the village the Vassemers enjoy a solid reputation for eccentricity, and it cannot be denied that it is entirely deserved. Sir Henry is an astronomer, and his eldest daughter, Rachel, at the age of thirty-three is firmly convinced that she herself is an astronomer as well—as though a woman could possibly comprehend the complexities of the cosmos. Naturally she is destined to remain a spinster.
The younger daughters, instead of troubling themselves with making their debuts in society like any sensible young lady, have resolved to devote themselves respectively to writing and to the cause of women’s suffrage—as though there were a single reason why women ought to be permitted to vote.
Fortunately their house collapses, Sir Henry dies, and the girls are sent off to three separate guardians. Rachel finds herself on the great estate of Lord Julian Acton, Marquess of Northdall and several other titles besides: a widower with two sons barely out of adolescence, an inscrutable Indian butler, and a single passion in life—horses.
Lord Northdall, however, is no tyrant, and he and Miss Rachel soon reach an agreement founded upon common sense. Miss Rachel may continue to be as unpresentable as she pleases in private, but in public she will conduct herself as a perfect gentlewoman.
Miss Rachel agrees. No, truly. She agrees.
Unfortunately, being normal is not quite so simple when you are a Vassemer, and Lord Northdall will soon discover this at considerable personal cost.

2. Fortune

“So that’s how it is. You allow yourself to quote Baudelaire,” said Fortune.
“I do.”

The Season of 1889 has begun. And what are three thoroughly unpresentable sisters to do in the great melting pot of London—that magnificent, smoke-choked city roiling with suffragist movements and class struggles, crammed with slums where poverty is a scandal, alive with cultural avant-gardes, and populated by men and women of every faith, class and nationality, where nobles and commoners breathe the same air fouled by a thousand chimneys?
Why, obviously—squeeze themselves into meringue-shaped gowns and go curtsy before the Queen.
The eldest sister, Rachel, has admittedly already sorted herself out, having married a marquess of all things. But the two younger ones, Vera and Fortune, remain gloriously unattached.
Fortune is not particularly interested in changing that. She escapes her guardian’s household at every opportunity to cultivate rather unconventional friendships with the most revolutionary women in the city—a pastime that carries its own risks, given that protest marches have a habit of ending with everyone involved under arrest.
Her cousin Laura cannot fathom what on earth she’s thinking, especially when every eligible bachelor in London seems to be circling. The trouble is that none of the pallid sons of the aristocracy make for interesting company—none, that is, except one: the sulfurous, scandalous, hopelessly rakish Duke of Grey, notorious gambler and the private terror of every mother with a marriageable daughter.
With him, Fortune finds she gets along rather well.
Pity that being seen in his company could single-handedly destroy the reputation of every woman in her family.
What could possibly go wrong?

3. Vera

“I don’t think this is a particularly good idea,” Haddock observed.
“I’m a Vassemer. We don’t have good ideas.”

The Season of 1889 is drawing to a close, and two of the three Vassemer sisters have settled themselves — and, as every gossip in the capital has gleefully noted, settled themselves remarkably well, marrying considerably above their station.
Which leaves only Vera.
Vera, who keeps insisting to anyone who will listen that she intends to become a successful writer and has absolutely no interest in marriage. Was there ever anything so scandalous? Who on earth would want a girl like that?
As it happens, London has rather more interesting scandals on its hands this season. Not the standard fare: adultery, blackmail, illegitimate children, creative accounting. Not even the perennial nuisance of the nouveaux riches demanding more room at the table. And certainly nothing to do with the suffragists and their absurd insistence that women ought to vote.
No. Somewhere in the city, a secret is about to surface. The kind that polite society has always known existed and has always agreed, collectively and very firmly, not to mention.
The greatest scandal of the age is coming.
Or perhaps not. After all, if there is one thing the nobility of the realm has always excelled at, it is sweeping things under the carpet.

Reggimi il gioco

Jole Rizzo ha lavorato per dieci anni come editor per una prestigiosissima e intellettualissima casa editrice romana. Così prestigiosa e intellettuale che è fallita e Jole si è trovata a fare la barista in un posto dove i clienti allungano le mani. Quando finalmente trova un’altra possibilità di lavoro nel mondo editoriale è ben decisa a coglierla. Anche a costo di fare la social media manager, un mestiere che non sa fare, e a costo di mentire un pochino sul proprio curriculum. Ma il primo giorno alla nuova casa editrice, succede l’impensabile. In modo del tutto fortuito scopre che il tizio che tutti credono il sostituto tecnico informatico è in realtà il nuovo direttore editoriale in incognito. Ma perché Achille Fabbri ha deciso di usare uno stratagemma simile? Jole non ha molta scelta: se vuole tenersi il lavoro, non può che reggergli il gioco…

Le mie bugie furono pietosamente interrotte da un paio di colpetti sulla porta. «Scusate. Buongiorno. Sono in ritardo, lo so».
Sgranai gli occhi.
Sulla porta c’era lui.
Lui. Il tizio dell’autobus, quello che aveva visto… ehm. E che aveva detto… oh. Aggrottai la fronte, ma riuscii a non emettere un fiato.
«E lei sarebbe…» fece Devincenzi, in tono amareggiato.
«Achille Fabbri, servizi informatici».
«Assolutamente no, il nostro responsabile informatico è Luigi Bruner» obiettò Galieno.
Il tizio dell’autobus sorrise. Un bel sorriso aperto e bonario. «Lo sostituisco per un periodo».
«Sì» confermò Parrini, il direttore editoriale, «Luigi ha dovuto… oddio, non mi ricordo. Si è preso qualche settimana, e con le nuove uscite in dirittura d’arrivo…»
«Ecco, appunto, scusate. Possiamo parlare delle nuove uscite?» fece uno di quelli di cui avevo già dimenticato il nome.
Parrini annuì. «Sì, stamattina abbiamo fatto tutti tardi. Prego, si accomodi, dottor Fabbri».
Fabbri annuì e iniziò una sorta di gimcana per raggiungere una sedia vuota. Fu in quel momento che si accorse di me. Gli vidi passare negli occhi un lampo di panico. Eh sì, sapevo cose sul suo conto che dovevano restare segrete.

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Intoccabile

Omega Group 2

Regno Unito, giorni nostri. Da una ventina d’anni circa, in tutto il mondo, hanno iniziato a nascere bambini dai poteri particolari. Un’opinione pubblica sempre più ostile li definisce “quelli lì” o, sarcasticamente, gli “specials”. Michelle è una di loro.
Sempre in UK, c’è una sezione dei servizi segreti conosciuta come Omega Group. O meglio, no, non è conosciuta, ovviamente è segreta. È composta solo da individui dotati di capacità extrasensoriali fuori scala, esper in grado di leggere nel pensiero, di prevedere il futuro, di spostare gli oggetti con la mente o di fare cose anche più strane.
Michelle è una telepate, lavora da sette anni per l’MI6, sezione distaccata di Hackney. Il suo capo è Oscar Winterbourne, fratello del direttore dell’Omega Group dell’MI5. Tutto in famiglia, o quasi, perché Oscar e Edward non si parlano da quasi settant’anni. E visto che nessuno dei due invecchia, non hanno motivo di affrettarsi a farlo. Michelle con Oscar ha una sorta di relazione, molto complicata, da quando lui le ha detto “più tardi facciamo sesso”. Essendo un precog, la sua non era una domanda. Quando Michelle deve partire per una missione in Russia il vaticinio di Oscar non induce all’ottimismo, ma in fondo chi può saperlo? Il futuro non è mai davvero scritto.

Avevo appena finito di sciacquarmi la faccia nel bagno del piano -3 quando sentii un “crack” familiare alle mie spalle. E alle mie spalle, nello specchio, vidi comparire Oscar.
C’era qualcosa di sbagliato. Di più sbagliato del tuo capo che si materializza dietro di te mentre ti dai una sistemata in un bagno pubblico, intendo. Era stazzonato, evenienza per lui molto rara. I capelli arruffati, il viso sudato, niente giacca, le maniche rimboccate e… non ebbi il tempo di analizzare oltre.
«Non dire niente» sospirò, e mi strinse da dietro.
Lì, contro il lavandino quadruplo del bagno del -3. Cubicoli alle nostre spalle – per fortuna vuoti – il grande specchio un po’ schizzato davanti.
Le sue mani sui seni, prima sopra il vestito, poi a slacciare febbrilmente i bottoni per arrivare alla mia pelle nuda.
Non capivo, ma era Oscar. Non sono mai stata in grado di capirlo, figuriamoci di fermarlo.

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Gli Arden

Come pesci fuor d’acqua – Vol. 1

Finito il Risorgimento, non restava che danzare.

Roma, 1874. Quando gli Arden arrivano nella nuova capitale, l’Italia è unita da pochi anni, e non del tutto. Prospero, Cressida e Titania sono inglesi, figli del visconte di Paget. Il maggiore ha intrapreso un Grand Tour d’Europa per distrarsi da una situazione familiare infelice, le sue sorelle minori per spirito d’avventura. O quasi. Cressida, in patria, ha dovuto fronteggiare uno scandalo quando il suo fidanzato l’ha scaricata poco prima delle nozze, e senza spiegazioni.
Gli Arden hanno già passato diversi mesi in Francia e nel nord Italia, ora sono pronti a godersi un’estate romana tra antiche rovine e opere d’arte. Saranno ospiti – a pagamento – dei Duchi di Nemi. Gualtiero e Alina, i figli del duca, appartengono a un’antica famiglia in difficoltà finanziarie. Gualtiero è un unitario convinto, ha persino combattuto in Triveneto, ed è da anni in rotta con il padre, fedele al papato. Come se non bastasse, nella grande e magnifica tenuta sul lago di Nemi vive anche Ettore Amari, amministratore della proprietà ed ex commilitone di Gualtiero. È l’incontro di due mondi. Tra antipatie, amori e duelli, per gli Arden l’ultima parte del Grand Tour sarà davvero indimenticabile.


«Non andranno fino in fondo, vero?» chiese Cressida, in tono angosciato.
«Oh, spero proprio di sì!» replicò Alina.
«Non sarebbe stato meglio scegliere il primo pomeriggio?» considerò Titania.
Alina alzò gli occhi al cielo. «Troppo caldo!»
«Ma se risolvessero con una stretta di mano…»
«Ne dubito» considerò Alina. «E se uno dei due si ritirasse, perderebbe la faccia».
«Dovrebbe essere vietato!»
«Pare che vogliano vietarlo, sì».
«È una barbarie!»
Alina le rivolse un sorriso allegro. «Non vi preoccupate, il vostro campione vincerà di sicuro. Lord Coso è un lombrico».
Cressida riprese a torcersi le mani, nei guantini di pizzo. Nella sua mente era ben chiara una sgradevole verità: anche un lombrico può essere pericoloso, con una sciabola in mano.

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Impossibile

Omega Group 1

Regno Unito, giorni nostri. Da una ventina d’anni circa, in tutto il mondo, hanno iniziato a nascere bambini dai poteri particolari. Un’opinione pubblica sempre più ostile li definisce “quelli lì” o, sarcasticamente, gli “specials”. Amber è una di loro.
Sempre in UK, c’è una sezione dei servizi segreti conosciuta come Omega Group. O meglio, no, non è conosciuta, ovviamente è segreta. È composta solo da individui dotati di capacità extrasensoriali fuori scala, esper in grado di leggere nel pensiero, di prevedere il futuro, di spostare gli oggetti con la mente o di fare cose anche più strane. Molto più strane, nel caso di Amber.
Il suo esp principale è un esp erogeno che le ha dato una scomoda fama da vedova nera, ma che la rende anche perfetta per un certo tipo di operazioni. Per questo, dopo la scuola di formazione, Amber viene assegnata al Brixton Branch, una divisione dell’Omega Group sotto l’illuminato comando di Edward Malachi Winterbourne. Un capo gentile, collaborativo, attento a valorizzare le esperienze di ognuno… e un uomo impossibile. Totalmente impossibile.

Dunque, il direttore. O, come sarei presto arrivata a considerarlo, l’uomo più impossibile del mondo.
Di lui sapevo molto poco, giusto il nome. D’altronde l’Omega Group faceva pur sempre parte dell’MI5, non di una bocciofila. Un sacco di cose erano classificate. Edward Malachi Winterbourne era il direttore da diversi anni, non sapevo quanti, ed era uno degli oldies.
Eh già. I normali pensavano che “Quelli lì” fossero una novità dovuta all’inquinamento, al surriscaldamento climatico, alle onde magnetiche, a una mutazione genetica o agli alieni, ma gli specials erano sempre esistiti. Solo, erano pochi. Così pochi e così rari che fino a una ventina di anni prima erano riusciti a restare segreti.
Alla scuola di formazione ne avevo conosciuto qualcuno e, credetemi, di solito ti davano i brividi. Avevano vissuto un’altra epoca, avevano un altro modo di fare le cose. E, spesso, avevano delle abilità davvero spiccate, oltre che allenate da anni di esercizio.
Dietro la scrivania, un uomo sui trentacinque in un completo sartoriale color antracite, elegante e un po’ antiquato. Se ve lo state chiedendo, io oltre alla felpa con cappuccio e a un giubbottone di jeans nero, portavo un paio di leggings neri e degli anfibi.
«Prego, si accomodi. Sapevo che non avrebbe avuto problemi a trovare il posto».
«Nessun problema» confermai.
Winterbourne mosse il mouse e si sentì il click di un documento che si apriva sul suo computer. Non so perché, ma vederlo interagire con un Mac di ultima generazione mi sembrò subito strano. Forse avevo anche un sesto senso per l’età delle persone e non me n’ero mai accorta.
Perché Winterbourne, lì, sembrava vecchio.
Senza nessuna giustificazione razionale, lo pensai immediatamente. Aveva l’aspetto di un trentacinquenne, lo ribadisco. Un bel trentacinquenne, cosa che sarebbe bastata da sola a destabilizzarmi perché, fino a quel momento, tutti gli oldies che avevo incontrato erano sciatti e anonimi come i personaggi di un libro di spie di John Le Carré. Questo no. Il viso, rasato a pelle, ricordava quello di un attore degli anni ’40. Cesellato, ma virile. I capelli scuri avevano un taglio classico, sfumato. Gli occhi, grigi e incassati, erano sormontati da due splendide sopracciglia ad ala di gabbiano.
E, sebbene fosse seduto dietro una scrivania, sembrava snello, in forma.
E vecchio, chissà perché.
«Immagino che alla scuola di formazione non le avranno spiegato molto, ma si sarà fatta un’idea del perché è stata assegnata al nostro ufficio».
«Sì, signore».
Per un attimo restammo in silenzio e fu un filo imbarazzante. Si aspettava che elaborassi?
«Sì, mi aspetto che elabori» confermò Winterbourne. Che, con quello, mi confermò anche di essere un telepate.

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Tulip House

C’era una volta, in un paese lontano, una bellissima principessa che andò in sposa al signore di un regno vicino. I due non si erano mai incontrati e… diciamocelo, sembra la ricetta di un disastro annunciato.
Le cose, però, non sono mai così semplici. Contro ogni previsione Francine e Marcus sembrano subito andare d’accordo, fuori e tra le lenzuola, tutto procede per il meglio, ma…
Ma gli dei, sapete. Le divinità invidiose, da che mondo è mondo, non tollerano la felicità degli uomini. E non sono le sole.
Tulip House è una favola sui generis. Una fiaba sensuale e, come tutte le fiabe, un po’ crudele. Insomma, non tutto va bene e la già improbabile sintonia tra gli sposi viene presto messa alla prova.

Marcus era seduto dietro la scrivania, e stava annotando qualcosa su un foglio. Quando Francine entrò sollevò lo sguardo con aria seccata, poi, vedendo che era lei, le rivolse un vago sorriso e si alzò. Cotton entrò dietro di lei.
«Buongiorno Francine. Ti stavo aspettando».
«Ed eccomi qua» rispose lei, in tono leggero. Poi aggiunse: «Il signor Cotton sostiene che dovrei indossare solo vestiti lunghi».
«È compito del signor Cotton ricordare a tutti che cosa dovrebbero fare» disse Marcus, girando attorno alla scrivania e andandole incontro. «Trovo che questa mise ti doni molto, anche se magari potrebbe essere inappropriata fuori dal recinto della Tulip House».
Lei annuì. «La mia stessa opinione».
«Molto bene» disse Marcus, aprendo la porta. Mentre stava uscendo si rivolse al suo segretario. «Cotton? Per oggi non lavorerò più, naturalmente. Quindi sei libero».
«Sì, Vostra Grazia».
Marcus lasciò la stanza, seguito da Francine, senza ulteriori commiati.
«Mi chiama sempre Vostra Grazia quando non siamo soli». Poi imboccò una rampa di scale di marmo, diretto al piano superiore. Camminava a passo veloce, ma senza correre, con un eccesso di dignità e serietà tutto attorno che Francine trovava quasi divertente. Supponeva che gli venisse naturale.

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La legge del caso

Sesso & Potere – fuori collana

Omar Ricciardi è appena stato nominato Presidente del Consiglio. Come sia successo non è del tutto chiaro neanche a lui. Il precedente governo è caduto, okay. In Italia succede spesso. Tutte le persone a cui il Presidente della Repubblica ha conferito un incarico esplorativo non sono riuscite nell’impresa di formare un nuovo esecutivo. Omar sì, anche perché ormai erano tutti esausti.
Ora si trova con un mestiere che non vuole fare, con problemi da risolvere molto più grandi di lui e con un orizzonte temporale estremamente limitato, perché sa già che il suo governo cadrà al primo muover di foglia. Unico aspetto positivo, il nuovo assistente che il suo segretario gli ha procurato si chiama Andrea, sì, ma è una donna. Una giovane donna con le idee molto chiare e nessuna illusione sulla politica, forse disposta a rendere la sua vita migliore sotto più di un punto di vista. Mentre tra loro aumenta l’attrazione, però, per Omar aumentano anche i problemi. In modo esponenziale.

La politica italiana come non l’avete mai vista. E mai la vedrete nella realtà.

Rettori la precedette verso lo studio del presidente, la famosa Galleria Deti, bussò e aprì in un unico gesto. «Omar, c’è qua la prima candidata per il ruolo di capo della segreteria particolare».
Ricciardi era seduto dietro una grande scrivania. Alle sue spalle, una finestra e le bandiere, tutto attorno, dipinti a olio di certo antichi e preziosi, dorature come se piovessero, un soffitto a cassettoni affrescato, tende e poltrone di broccato in tinta e una carta da parati dorata che nessuno sano di mente avrebbe definito sobria. Ricciardi, là in mezzo, sembrava fuori luogo.
Andrea l’aveva visto in TV un paio di volte e aveva fatto un’approfondita ricerca sul suo conto prima di mandare il curriculum. Di cinque anni più anziano di lei, bel viso virile, spalle larghe e fianchi stretti, indossava un maglione bianco piuttosto sformato che rovinava tutto.
«Pensavo che fosse un maschio» ammise candidamente, lanciandole un’occhiata infelice.
«No, Omar. Andrea è un nome anche femminile» puntualizzò il segretario.
«Va be’. Si accomodi, prego».
Andrea si accomodò su una sedia rivestita di broccato rosellino.
«Se preferisce un assistente uomo lo capirò» disse, con un altro sospiro. Era inutile rendergli le cose difficili. Per quanto il suo governo non avesse molte chance di arrivare a sei mesi di vita, era per sempre il Presidente del Consiglio.
«Di sicuro lo preferisce Carlo. Sospetto che abbia scazzato per via del nome. Le succede spesso?»
«Tutto il tempo. Be’, tranne all’estero».
«Già. Mmm… per lei viaggiare è okay?»
Non era la prima domanda che Andrea si aspettasse. «Sì» rispose, un po’ stupita.
«Orari del cazzo, carico di lavoro disumano?»
Era chiaro che Ricciardi doveva ancora mettere a punto il suo lessico presidenziale. «Me lo aspetto, sì».
«Pompini durante la pausa pranzo?»
Andrea non cambiò espressione. «Ma solo se è ragionevolmente pulito».
Ricciardi sbatté le palpebre. Rise. «Era una specie di trabocchetto».
«E la mia era una risposta onesta. La politica è quel che è».
«Ah». Chiaramente era rimasto a corto di domande. «Ci tengo a ribadire che era un trabocchetto. Le persone imperturbabili mi innervosiscono, finisco per sparare cazzate».
«Tendo a essere imperturbabile, mi dispiace».
«Mi sa che non siamo fatti l’uno per l’altra».

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Una cospirazione di gentiluomini

A Victorian Story

Rupert è il terzo figlio di un visconte in rovina. La sua famiglia è così preoccupata di mantenere il proprio status da non riuscire a provvedere ai suoi bisogni essenziali. Così Rupert fugge, rubacchia tra i vicoli del porto, vive di espedienti. Finché, a undici anni, non si imbarca sul suo primo mercantile.
Venticinque anni dopo, una tragedia cambia le carte in tavola. Rupert ha ormai raggiunto una certa prosperità, ha una compagnia di navigazione, un socio che stima, una donna che ama. Poi, all’improvviso, la sua famiglia riappare e le circostanze sono tragiche. L’unico modo per scampare alla rovina sembra essere sposare una giovane ereditiera cresciuta in collegio.
Ma se il rimedio fosse peggiore del male?

Rupert andò verso gli appartamenti di Lily, bussò e aspettò di sentire un flebile “avanti”.
Oltre la porta, le stanze erano immerse nel buio.
«Lady Lily? Dovrebbe accendere una lampada» disse, con un sospiro. Non voleva rompersi un osso inciampando in qualche tappeto.
Passarono diversi secondi, poi dalla camera della sposa provenne un debole chiarore.
Rupert sospirò di nuovo. Andò da quella parte.
Lily era a letto – o così doveva supporre. Le tende del baldacchino erano chiuse.
Ne scostò una e rivolse un sorriso affabile a quella poveretta. «Buonasera. Spero che la sistemazione sia di suo gradimento».
Lily aveva le coperte tirate fino al naso. «S-sì, grazie. È tutto molto bello».
«Mh-mh. Adesso si rilassi e lasci fare a me».
Si liberò della vestaglia, poi si sfilò la casacca del pigiama.
Dal letto provenne un curioso suono, quasi un grido strozzato.
Un secondo più tardi Rupert doveva accettare la realtà: sua moglie era svenuta.

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L’Uomo d’Ombra

Lilim Vol. 2

Gili Endre è una lilim. Una nuova nata, che ha appena iniziato il suo percorso tra i diversi piani di realtà in cui vivono gli antichi semidei: An, il cielo, e Ki, la terra, che condividono con gli esseri umani. E dell’essenza vitale degli umani si nutrono, nel loro passaggio nel mondo mortale, creando legami che trascendono l’amore.
La storia di Gili si intreccerà a quella di Emma Kincaid, l’umana che ha messo alle strette il lilim di cui aspetta il figlio, della sua amica Shubad, che è quasi morta di amore per un umano, e di Warad-Sin, l’antico e potente essere che Emma Kincaid si è permessa di rifiutare.
Incombe su tutti loro la figura dell’Uomo d’Ombra, il lilim che più di chiunque altro è vicino alla dimora degli dei, destinato a inoltrarsi nel sogno fino a dissolversi. L’amore di Gili potrà cambiare il suo fato?

C’è un altro mondo, oltre il nostro. O sotto, sopra, di lato. Non ha importanza. È lì che viviamo le nostre infinite incarnazioni. Lo chiamiamo Ki, come la dea, la Madre Terra.
Siamo Lilim, semidei per metà fatti di sogno.
Gli umani ci conoscono dalla notte dei tempi. Ci venerano, ci temono, ma non ci hanno mai capiti.
Be’, ammetto che non abbiamo fatto molto per diventare amici. Li usiamo per portare al mondo i nostri figli, perché un lilim, nella sua forma pura, non può sopravvivere in una realtà densa come la loro.
Poi le nostre vite ibride hanno fine e torniamo a casa. Nell’Eidos, il regno di An, dio del cielo, il sogno che si fa forma. Prosperiamo, impariamo, ci perfezioniamo. Ma per riprodurci dobbiamo incarnarci, non c’è alternativa. E una volta che ci siamo incarnati, dobbiamo nutrirci.
Più a lungo restiamo sul nostro piano d’esistenza, più ci intridiamo di sogno.
I lilim non hanno un inizio e una fine. Vivono in cicli.
Per quanto, anche una vita fatta di cicli abbia un inizio, da qualche parte, e forse una fine. C’è chi non torna. C’è chi si perde nel sogno, o sprofonda nel Kur.
Ma sto precorrendo.
Questa è la mia storia, la storia di una nuova nata. E la storia di come il nostro leader più grande arrivò a reincarnarsi, dopo aver deciso di non farlo mai più.

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Città vertigine

In una città verticale dove la realtà è effimera, Deva si trova all’improvviso a dover cercare l’aiuto di una sorta di tecno-mago, perché sua sorella Splendid è a un passo dalla morte, tenuta in vita solo da un esile collegamento neurale.
Tremaine è l’ultima corte d’appello per chi non sa come cavarsela. Quelli come lui sono un rischio, vivono un’esistenza da fuorilegge, ma sanno agire sul mainframe quasi come i demiurghi, i padroni della città e del reale.
Deva dovrà scendere all’inferno e poi salire in paradiso per salvare Splendid, e sarà solo l’inizio del suo viaggio. Si troverà a lavorare per l’uomo enigmatico, magnetico e pericoloso con cui ha contratto un debito e a scoprire verità che avrebbe preferito ignorare. La prima delle quali è che tra l’inferno e il paradiso la differenza non è poi molta.

«Vai molto bene. Ai piani alti amano gli umani di aspetto gradevole. Vieni, per prima cosa ti facciamo un bagno».
«Non sono…»

«Ne farai un altro anche domattina prima di salire. Fidati di me. Sei accettabile, ma hai comunque bisogno di essere un po’ sistemata. Hai mai scopato fuori da F*ck?»
Mentre parlava, mi precedeva lungo un altro corridoio spoglio, di cemento nudo. E, a proposito di nudità, non sembrava per nulla imbarazzato dalla mancanza della sua cover. Io un po’ lo ero.
Guardai la sua schiena muscolosa e il suo sedere sodo: non si portava male, segno che forse abbandonava la realtà aumentata abbastanza di frequente da doversi occupare di se stesso.
«In che senso? Su qualche piattaforma di sesso estremo? Ho provato Tie, ma non era il mio genere».
Lui emise una lieve risata. Aprì una porta di metallo.
«Intendo dire se qualcuno ha mai infilato il pene nella tua vagina, tesoro. O un oggetto equivalente».
«Eh? No, perché? Non ho ancora intenzione di riprodurmi. E non vedo che senso avrebbe mettermi roba nella vagina senza uno scopo riproduttivo».

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