Dalla parte del torto

I regni di Marmor e Amandre si contendono da sempre un fazzoletto di terra al confine tra le due nazioni, una guerra che è diventata una sanguinosa abitudine. Finché la secondogenita di Amandre, Malachite, non viene catturata dai nemici. La sua sorte è sancita dalle antiche e crudeli tradizioni di Marmor e l’ordalia che dovrà sopportare non le lascia scelta, né dignità. L’esecutore del suo destino è il riluttante generale Turmalin, che sente su di sé tutta la vergogna del compito che è chiamato ad adempiere. Nel frattempo i due principi nemici, Mercure e Falke, sono legati da una vendetta altrettanto terribile: carnefice l’uno, martire l’altro. Come può nascere l’amore, quando è così chiaro da che parte cade il torto? Come può esservi speranza?
Eppure non sempre tutto è lineare come sembra e la passione può essere un sentimento contorto, difficile, violento… e incontrollabile.

Akelei si avvicinò al maestro di cerimonia.
«Generale Turmalin» disse lui, con un inchino.
Due guardie stavano slegando la principessa, senza nessuna gentilezza.
«Come devo procedere?» rispose Akelei, senza tergiversare.
Il maestro di cerimonia annuì. «Porteremo subito la prigioniera alla sua residenza, generale. Resterà sotto la sua custodia, sua responsabilità. Dovrà aspettare il primo ciclo, prima di procedere». Un lieve sospiro. «Be’, potrebbe anche non essercene bisogno».
«Me lo auguro» rispose Akelei, anche se sapeva fin troppo bene quanto fosse improbabile.
No, era rassegnato al suo destino.
L’illustre generale Akelei “Tiger” Turmalin, eroe di guerra pluridecorato, avrebbe aggiunto al suo stato di servizio un nuovo titolo: esecutore del principe.
In una parola, torturatore reale.

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Classificazione: 4 su 5.

Condannato a combattere

Nell’Alleanza Interplanetaria i detenuti condannati all’ergastolo possono scegliere di convertire la pena in quattro anni nel Ludo di una società privata, la Trident, combattendo come gladiatori per intrattenere il pubblico pagante. Anche Van Renan, un terrorista originario di Orione, ha scelto questa possibilità, sperando di poter tornare dalla sua ragazza Canthy. Ma non sapeva che cosa lo aspettava. Quello che si vede sul Flusso, infatti, è solo una parte di ciò che succede veramente nel Ludo, dove le condizioni di prigionia sono durissime e i detenuti subiscono abusi di ogni tipo. Isenly Tinesa, una rappresentante dell’Organizzazione Interplanetaria per i Diritti Umani, ha capito come stanno davvero le cose e vuole fare in modo che il Ludo chiuda per sempre, ma per riuscirci deve portare dalla sua parte l’opinione pubblica, in un complesso gioco di comunicazione. Coinvolgerà Van in una battaglia diversa da quelle che si svolgono nell’arena, ma non meno pericolosa e difficile. Come difficile sarà l’attrazione e il sentimento che nascerà tra loro…

L’anfiteatro era ampio, con le gradinate tutto attorno e il palco d’onore verso ovest. In aria ronzavano i sensori che avrebbero trasmesso lo spettacolo su buona parte dei pianeti dell’Alleanza. Il pavimento dell’arena era di ferro liscio, reso rovente dal sole impietoso del pomeriggio. Le gradinate erano in ombra, naturalmente. Gli unici che dovevano soffrire erano i gladiatori.
Quando Van entrò fu accolto dalle grida della folla. Il rumore rimbombò nell’anfiteatro come il ruggito di una bestia. Era quello l’altro suono che lo terrorizzava. Ancora di più del corno di battaglia.
La consapevolezza che gli spettatori volevano vedere il suo sangue e, se possibile, le sue viscere sparpagliate sulla piastra bruna del pavimento.
«Imbattuto da ventidue giorni, il campione della sfida odierna, Van Renan!» annunciò il cronista. La sua voce gioviale uscì dagli altoparlanti posti tutto attorno all’arena. «Sei piedi e tre di fibroso orioniano DOC, trentacinque anni a marzo, condannato in via definitiva per strage e sovversione…» Le grida della folla si alzarono di nuovo. Piovvero sputi. «Ha subito da non molto un infortunio a un ginocchio… speriamo che si sia ripreso! Non vogliamo che muoia subito, giusto?».
Un altro ruggito della folla. In quanto all’infortunio, volendo si poteva definirlo così. Van preferiva considerarlo per ciò che era: un maledetto centauriano che l’aveva colpito con una mazza chiodata fino a ridurre il suo ginocchio a una pappa sanguinolenta. Era stato quattordici ore nelle mani del programma chirurgico.
«Ed ecco lo sfidante, Cennan Layanne, dal sistema di Izar. Sei piedi e sei per duecentoquindici libbre, solo ventidue anni!».
Ancora una volta la folla gridò.

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Classificazione: 3 su 5.

Vita privata e abitudini di accoppiamento del vampiro newyorkese

The New Little Black Chronicles

Katel lavora in un’azienda di telecomunicazioni di Manhattan, nel ramo risorse artistiche. La sua vita scorre tra un impegno e l’altro, quando un incidente le apre un posto che non avrebbe mai pensato di ricoprire: assistente di Florian Viscardi, grande capo in persona.
Viscardi si rivela da subito un individuo particolare. Riservato in modo quasi patologico, gravemente fotofobico, vive al chiuso o dopo il caler del buio. Ma è anche una persona acuta, curiosa e meno altera di quanto possa sembrare. E ha gli occhi più incredibili che Katel abbia mai visto. Inevitabilmente, inizia a subire il suo fascino, senza speranza di essere ricambiata. Per quell’uomo bellissimo e potente lei è solo una valida collaboratrice. Non oltrepassa mai i limiti del rapporto professionale.
Ma, poi, lui è davvero quello che sembra? Katel si rende sempre più conto che la vita che vive è perlopiù una menzogna… chi è davvero Florian Viscardi? La risposta è così incredibile che non può essere vera. Oppure sì? Davvero il suo affascinante capo è un mostro delle leggende?

«Scusa, di chi è questa macchina?».
«Mia. Veicolo personale. Cerca di trattarla bene».
Lui ridacchiò. Era tutto stravaccato sul sedile del passeggero e, anche se era truccato, assomigliava ancora al suo vero sé. «Una Porsche Carrera? Sul serio, Katel? Ti facevo più originale».
Gli lanciai un’occhiataccia.
«Non parlare male della mia bambina».
Lui rise ancora. «No, no, ci mancherebbe. E cercherò di trattarla con ogni gentilezza… sperando che questa tizia “serissima” non mi salti addosso sulla via di casa».
«Oh. Oh, che razza di animale, per forza Andrea ti ha scaricato. Non osare fare giochetti strani nella mia macchina».
Lui sospirò. «Ma no, figurati. Con Heather Quella-lì, poi. Sarà vanilla dalla testa ai piedi. Tu sei vanilla, Katel?».
Era la primissima domanda di natura personale che mi facesse. Fino a quel momento la sua discrezione era stata completa, non mi aveva mai chiesto neppure se preferissi il caffè nero o macchiato. E ora quella strana domanda.
«Io non sono niente. Non ho relazioni, non faccio sesso occasionale, non guardo nemmeno film erotici».
«Sei messa così male, eh?».
Ero messa così male. A peggiorare la situazione, da qualche tempo coltivavo il sogno impossibile di farmi lui, una cosa che non sarebbe mai successa, fantascienza pura.
«Ma ho una bella macchina» mi difesi.

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Classificazione: 4 su 5.

Un’abitudine pericolosa

Aidan Smith ha perduto l’amore. Almond se n’è andata con un altro e non tornerà più. Forse per questo, quando gli hanno chiesto di tornare in medio oriente e di rischiare la vita per il suo Paese, non ha trovato nessun motivo per rifiutare.
Brooklyn Wilson la vita ha scelto di rischiarla coscientemente. Essere una marine per lei non è più abbastanza, da quando suo fratello è morto in Afghanistan, così decide di entrare in una squadra per le operazioni speciali. In quella squadra ognuno ha un motivo, chissà quale, dal tenente Cruz, un concentrato di testosterone e sex appeal, alla bella caporale Scott, al silenzioso Daniels, a Fisher il cui matrimonio è finito, a Cole dal sorriso aperto.
Le storie di tutti loro stanno per incontrarsi tra le montagne aspre al confine tra Pakistan e Afghanistan, dove la vita vale poco e l’amore è un lusso che nessuno può concedersi.

Quando il debriefing era finito, Wilson gli aveva chiesto se aveva qualche altro minuto per parlare con lei, senza il registratore.
«Ma certo» aveva risposto Aidan, anche se tutto quello che voleva era andare a letto.
E così ora erano seduti al banco del bar dell’hotel dove Stonewall l’aveva portato la sua prima sera a Islamabad, dove l’aveva interrogato facendola passare per una conversazione amichevole, per poi annunciargli che il giorno dopo gli avrebbero fatto il poligrafo. Procedura standard.
Aidan aveva passato la macchina della verità senza sforzo. Era una di quelle persone, di quelle il cui battito resta costante, che non sudano quando mentono e le cui pupille si allargano solo quando hanno paura o sono eccitate, ossia non durante uno stupido test.
«Non sono riuscita a capirlo» gli disse Wilson, con davanti un bicchiere di bourbon. «Che cosa ne pensa lei, no? Di solito lo capisco, ma lei è davvero impenetrabile».
«Sì?».
«In senso positivo. Dev’essere bello essere così… distaccato. Scusi, non dormo da troppo tempo, parlo a vanvera».
«Lo dica a me. Ma non sono distaccato, lo sembro solo».
Lei rise, bevve un sorso. «Un bel vantaggio. Non so che cosa pensare di tutta questa storia. Ho già cambiato idea mille volte. Eppure non è difficile: Cruz ha preso la decisione giusta. Come ha fatto non lo so…»
«Perché aveva una relazione con Scott».
«Ah, quindi lo sa».
«È più o meno la prima cosa che mi ha detto. È abbastanza devastato».
Wilson guardò nel bicchiere. «Uhm, le ha detto anche…»
Certo che glielo aveva detto, ma Aidan fece il finto tonto. «Che cosa?».

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Classificazione: 4 su 5.

La pelle del mostro

In una città lagunare ormai in rovina, Raina ha rinunciato a tutto: al proprio lignaggio, a ogni affetto e alla speranza. La città è a pezzi, dilaniata da una lotta intestina tra fazioni e accerchiata da un nemico soverchiante. La povertà dilaga, i canali sono invasi dai serpenti marini, non resta quasi nulla dell’antica tecnologia e dell’antico splendore. Raina è alla deriva, finché non le capita di salvare una ragazzina coraggiosa e sventata: Jayde. Jayde è la figlia di Uno dei signori della città, il famigerato e crudele Argent Sephiran, ma non è come lui. È affamata d’amore e vuole dimostrare al mondo di valere qualcosa. Così tra la ragazzina senza una madre e la giovane donna senza una famiglia si crea una strana, profonda, amicizia. Argent è sospettoso nei confronti di Raina, ma ama sua figlia più di qualsiasi cosa al mondo e per lei è disposto a proteggere anche la nuova arrivata. Che, tra l’altro, è un’incredibile cacciatrice di serpenti marini. Ma in una città come la loro nessun affetto è semplice, e ogni speranza ha il suo prezzo.

Presi il mio equipaggiamento e iniziai a trasferirlo sul mio barchino. Del serpente si sarebbero occupati gli uomini di Sephiran, grazie al cielo. Scuoiarne uno non era molto simpatico.
«Non intendi reclamare questa pelle, Raina Tempest?» chiese una voce divertita, dalla banchina.
Alzai lo sguardo.
Argent Sephiran stava seguendo le operazioni attorno alla nostra preda, le braccia incrociate sul petto e un mezzo sorriso sul volto.
Mi inchinai.
Sephiran mi chiamò con un dito.
Merda, pensai, ora che cosa succede?
Saltai sulla banchina, rassegnata a perdere il mio nuovo posto di lavoro.
Mi inchinai di nuovo. «Signore?».
Lui indicò il serpente con un cenno del capo. «Sul serio. Non reclami questa pelle?».
«È di Jayde».
«Sì? È stata lei a finirlo?». Un altro gesto nei confronti del serpente. «È stata lei a colpirlo all’occhio? A portare quel colpo da maestro?».
Sospirai. «Sta imparando».
«A me pare che stia rischiando la buccia per l’unico motivo di irritare la sua matrigna. Ma ammetto che irritarla può essere divertente».
«Vuole conquistarsi il suo posto».
«E anche oggi è finita in acqua» puntualizzò lui.
«Sa nuotare» dissi, prima di riuscire a trattenermi. Poi sospirai di nuovo. «Ma sono sicura che lei ha presente meglio di me che cosa sa o non sa fare Jayde».
Sephiran mi rivolse una lunga occhiata, che mi guardai bene dal ricambiare.
«La cosa interessante sembra un’altra. Che cosa sai o non sai fare tu. Ammetto che, se mia figlia non avesse scavato, mi sarei bevuto la storiella della Lontra. Fammi un favore…»
Ci siamo… qua è dove mi gioco il lavoro e forse anche la buccia.
«…Fatti dare una tuta con le mie insegne. Non voglio che mentre voi ragazzine siete a giocare nei canali vi metta gli occhi addosso qualche malintenzionato».
Inarcai un sopracciglio, ma non commentai. Quale malintenzionato se la sarebbe presa con due “ragazzine” con degli arpioni in mano? Ma forse il messaggio era un altro ed ero io a non capire.
«Sissignore» dissi.
Lui annuì e mi lasciò sulla banchina.

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Classificazione: 3 su 5.

Come due alberi senza radici

Jena Berry è cresciuta il geniale truffatore Alexander Nabokov, che l’ha adottata quando sua madre l’ha abbandonata in fasce in casa sua. Ha avuto un’infanzia insolita ed è diventata una persona insolita: autonoma, sarcastica, fragile e bellissima. Poi Alexander è morto e il mondo di Jena è andato in frantumi.
Quando finisce nei guai, si sta ancora riprendendo da quel lutto improvviso. Si trova a fuggire da un commando omicida insieme a un killer a pagamento che gli è stato descritto come “il replicante di Blade Runner, puoi solo sperare che muoia di vecchiaia”. Sembra che sia solo finita al posto sbagliato al momento sbagliato, ma lei e il killer capiscono presto che la faccenda è molto più spinosa e affonda in un passato di cui Jena non sa nulla: il passato del suo padre adottivo. Braccati da un avversario sconosciuto, i due sono costretti a interagire ben più di quanto vorrebbero. Anche “Roy Batty”, così lo soprannomina Jena, ha delle ferite di vecchia data e neanche lui è immune agli agguati di un passato che preferirebbe dimenticare…

Dentro era buio, ma non abbastanza buio perché non riuscisse a vedere il buco della canna di una pistola a pochi centimetri dal suo naso. Il killer indossava un passamontagna nero che lasciava scoperti solo due occhi verdastri e indifferenti.
Erano le mani e gli avambracci a essere indicativi. Le dita erano lunghe e dalle unghie ben curate e dal dorso della mano partivano vene in rilievo come corde, che si arrampicavano su per le braccia, sotto alla peluria scura ma non eccessivamente folta. Quelle mani e quelle braccia, pensò Jena, davano l’idea di essere piuttosto forti e per niente soggette a tremiti.
La porta si richiuse dietro di lei.
«Mi dispiace dirle che è necessario che si tolga tutti i vestiti».
«Sarei curiosa di sapere se sarebbe necessario anche se pesassi duecento chili» ribatté Jena.
«In quel caso non l’avrei mai lasciata entrare, signorina. Nelle pieghe del grasso si può nascondere di tutto, e non mi pagano abbastanza per quel genere di perquisizione».
Jena sbuffò e si liberò con malagrazia di tutti i vestiti. Poi si appoggiò le mani sui fianchi e rivolse al killer un sorriso indisponente.
«Si volti».
Jena eseguì, alzando gli occhi al cielo. «Se per caso ha in mente di indagare oltre sulle possibili armi che potrei avere addosso le comunico che la vita di Bronze non mi sta a cuore fino a questo punto. O, per meglio dire, i suoi soldi».
La pistola calò lentamente. «Si accomodi, prego».

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Il fuorigioco spiegato alle ragazze

Lenny Pirie è una scrittrice impegnata, una giornalista, un’intellettuale. Non ha mai visto una partita di calcio in vita sua e non le interessa fare l’esperienza. Ma per il suo nuovo libro sulle icone inglesi dei tempi moderni deve intervistare il popolarissimo attaccante del Chelsea Byron Kelsey, detto “The Corsair”. Byron parla un inglese quasi incomprensibile alle sue orecchie, segue un regime dietetico folle e si allena un numero spaventoso di ore al giorno. Per il britannico medio rappresenta la perfezione fisica, un mito, un eroe. Per Lenny rappresenta l’incarnazione di una società malata di apparenze.
Ma Byron non è solo uno sportivo viziato e ha delle profondità, e delle asperità, inaspettate. E, cosa ancora più inaspettata, non sembra insensibile al fascino tutto cerebrale di Lenny…

Lenny chiuse la chiamata e si andò a sedere accanto a lui sul divanetto di rattan, davanti la vista mozzafiato che si godeva dal suo balcone.
«Wow, che panorama, eh?».
«Vero? Hai organizzato tutto?».
Lei annuì. «Certo, se me l’avessi detto prima avrei potuto attrezzarmi».
«Depilarti».
«Oddio, non credo che sarei arrivata a tanto».
Byron rise. Aveva un bel modo di ridere, pensò Lenny, risate basse e vibranti.
«Non mi prendi proprio sul serio, è inutile».
«Ti prendo sul serissimo. Ma, insomma, depilarmi non servirebbe a niente, con tutte le cose che ho da fare. Ho guardato delle partite. Sul serio, dall’inizio alla fine, compresa la telecronaca. E ho letto interviste. Migliaia di pagine di gossip. Giornali sportivi, di cui ho capito ben poco. Di questo passo, un giorno mi sveglierò e scoprirò di sapere che cos’è il fuorigioco».
Lui rise ancora. «Mi fai impazzire. È semplice».
«La fisica quantistica è semplice. Il fuorigioco è un luogo comune che non mi interessa scalfire».
«Ho pensato» disse lui, tornando serio. «Oggi parleremo della fama, no? Abbiamo parlato del calcio, abbiamo parlato della fatica… resta la fama. Quindi ti porto a una festa».
«Sei diabolico».
«E noi possiamo usare le due ore dell’intervista per volare alto. Visto che la fama, sai, come argomento non è molto alto».
Lenny lo guardò con autentica ammirazione. Quel tizio lì. Quel tizio che per vivere tirava calci a una palla, posava sui manifesti della Nike e rappresentava i sogni di mezza nazione. Uno che non pronunciava nemmeno i “the” tutti interi.

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Classificazione: 4 su 5.

Senza pace

Chiara lavora per una multinazionale energetica. Viene mandata in Libia a occuparsi degli impianti di estrazione in loco, tra i pericoli di una nazione sempre sull’orlo di una guerra civile e quelli della spietata competizione aziendale interna. È durante il suo periodo in Nord Africa che conosce Yidir, il berbero che gestisce la sicurezza degli italiani per conto dell’autorità petrolifera libica, e tra loro scatta qualcosa. Un’attrazione complicata, che si scontra con due modi diversi di vedere il mondo. Yidir è un uomo inquieto, in fondo legato a un’idea di femminile che per Chiara è inconcepibile, Chiara ha sempre messo la carriera davanti a qualsiasi affetto. Ma tra il calore del deserto e il freddo di Milano, tutto possono fare Chiara e Yidir, tranne provare indifferenza l’uno per l’altra. Tra loro cresce un sentimento che ha il potere di annullare ogni distanza, di far superare ogni difficoltà, ogni incomprensione… ma sarà sufficiente?

«Che cosa c’è?» chiese Yidir.
Chiara scosse la testa ed emise una risatina incredula. «Mi stanno tornando in mente così tanti ricordi… ricordi a cui non pensavo da anni. È strano accorgersi di essersi lasciati alle spalle così tante cose».
Lui piegò leggermente la testa verso di lei. «Sono brutti ricordi?».
«No, sono solo… ricordi che non ricordavo da anni e anni. Sembro matta, giusto?».
«Sembri emozionata».
Era vero e quell’osservazione la confuse. Alzò lo sguardo su quello di lui e sentì qualcosa stringerle lo stomaco. Un sentimento stupido, un senso di mancanza preventivo. Non voglio perderlo, pensò. E poi: che razza di idiozie ti vengono in mente?
Il cuore le batteva a un ritmo forsennato e Yidir non distoglieva lo sguardo. Prima di rendersene conto, Chiara si era alzata sulla punta dei piedi e l’aveva baciato.
Percepì il sospiro di Yidir, più che sentirlo.
Le cinse la vita e se la strinse contro, mentre il bacio diventava più affamato, più carnale. Chiara fece scivolare le mani sulle sue spalle, su quelle braccia ferme e dure, poi sopra il corpetto antiproiettile, giù fino ai fianchi, dove esitarono un attimo.
Si perse nel bacio che si stavano scambiando, le lingue che si accarezzavano in modo sempre più intimo…

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Classificazione: 4 su 5.

Il re della notte

April è l’ultimogenita del re Avetis. La sua vita potrebbe essere fatta di balli e frivolezze, ma non è proprio il tipo. Le piace andare a cavallo, camminare nei boschi, leggere e odia le situazioni mondane. Quando il giovane erede al trono si ammala gravemente, è per la sua indole avventurosa che suo padre chiede proprio a lei di inoltrarsi nel regno oltre le nebbie, dove il sole non sorge mai e la magia è potente, per impadronirsi in qualche modo della Gemma della Sera, una pietra dalle straordinarie capacità taumaturgiche. April è pronta a lottare per la pietra, a rubarla o a comprarla a peso d’oro, ma, per cominciare, tanto vale provare a chiederla gentilmente. Il Re della Notte, il sovrano di quelle terre, gliela concede, ma ordina a suo figlio Starrag di accompagnarla. E Starrag è spaventoso, cupo come il corvo di cui porta il nome, enigmatico e infelice, spesso sprezzante, ma ha anche qualcosa di diverso e speciale di cui April inizia lentamente a subire il fascino. È solo l’inizio di una storia più ampia, di un’attrazione complessa e non priva di passi falsi, e dell’incontro tra due mondi agli antipodi.

«C-come… dov’eri? Come sei entrato?».
Starrag Ó hAlluráin sbuffò. «In questo regno non avete protezioni contro la magia. Se volessi potrei entrare nella stanza del tesoro del re, nessuno potrebbe impedirmelo. Ebbene?».
April sbatté le palpebre un paio di volte.
«Ho dei segni sul corpo!».
«I sigilli. Te ne sei accorta solo ora?».
«Sì!».
E nel sentirlo così sprezzante, la paura si stava trasformando in collera.
«Come hai potuto, dannazione! Sono piena di… di scarabocchi rossi! Scompariranno? Perché non sono ansiosa di sposarmi, è vero, ma spiegare questa roba a un futuro marito potrebbe essere un po’ complicato. Specie data la posizione di alcuni. Per di più non ho ancora capito se ce n’è uno anche… anche… lì, insomma!».
«Lì dove?».
April fece un cenno indignato verso il basso. «Lì!».
Starrag Ó hAlluráin la fissò inespressivo. «Sei davvero la creatura più fatua e ignorante che abbia mai conosciuto».
«E tu il più maleducato! Non si scrive sul corpo di una signora!».
«La magia ambisce a farsi carne, nelle mie terre. Più sei adatto a ospitarla, più cerca di piantarti dentro il seme di un incubo. Tu sei entrata nel nostro regno senza proteggerti, ho dovuto tracciare dei sigilli. Ti ho detto che devo finire il lavoro. Con il tempo diventeranno quasi invisibili, se davvero li trovi così indecenti».
«Non li trovo così indecenti. Accetto la tua spiegazione e se li hai tracciati per proteggermi te ne sono grata. Ma sarà difficile spiegare a un futuro sposo come me li sono procurati, questo è indubbio».
«Oh, sono sicuro che quel pover uomo avrà ben altro di cui lamentarsi. Forza, spogliati, chiudiamo la questione».

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Classificazione: 3.5 su 5.

Sopra brilla il cielo

Maybelle è in viaggio verso l’Ovest con suo fratello, decisa a sfuggire a un pretendente indesiderato e a farsi una nuova vita, quando la loro carovana viene attaccata. Lei è l’unica che riesce a scappare – e a sopravvivere.
Arrivata fortunosamente a un villaggio di frontiera, stravolta e distrutta dalla morte del fratello, scopre che le sue disavventure sono solo all’inizio. Il predicatore Maxwell, ubriaco marcio, la indirizza verso il saloon, dove finisce quasi uccisa in una sparatoria. La mette in salvo Wyatt, che però non intende ospitare una donna giovane e bella nel suo ranch, e la riporta in chiesa. Maxwell accetta a malincuore di cedergli la sua stanza, anche lui preoccupato delle malelingue. Ma Pine Creek non è terribile come sembra a prima vista, e la gente del luogo è burbera, non senza cuore. Come Tom, il figlio di dieci anni del pastore, che la adotta subito. Oppure Ruth, la figlia di sette anni di Wyatt, che inizia a seguirla come un’ombra. E poi c’è qualcuno, una persona speciale. All’inizio Maybelle non vede l’ora di andarsene, ma come si fa a lasciare il posto dove ti sei innamorata?

Avevo chiuso la porta della mia stanza con il chiavistello a barretta, ma quell’uomo l’aveva divelto con una sola spallata. Fuori si sentì un altro colpo di pistola, seguito da un “vieni fuori che ti uccido, figlio di puttana!”
L’uomo, che era senza camicia, senza scarpe e specialmente senza cinturone, si affrettò a spostare davanti alla porta una sedia e a incastrarla sotto la maniglia.
«Sei pazzo, bello! Tua sorella è un’onesta lavoratrice, se fai così non l’aiuti mica!» gridò. Poi si buttò a terra, mentre la parete veniva bucherellata da un paio di pallottole.
Fu a quel punto che si accorse di me.
Ero nella tinozza, le braccia attorno alle ginocchia, gli occhi larghi e arrossati dal pianto.
«Oh, merda» disse.
Da fuori continuavano a venire gli strepiti del fratello della prostituta, solo che ora c’erano anche delle altre voci. Uomini che provavano a salire le scale, ma venivano ricacciati indietro a colpi di pistola.
«Chi è lei?» chiesi, attonita.
«Wyatt Coltrane». Si toccò il lato della fronte con due dita. «Signorina, mi dispiace tanto. Non sapevo che qua dentro ci fosse qualcuno». Da fuori continuavano le grida, i tentativi di negoziazione e l’occasionale colpo di pistola.
«Credo che dovrebbe uscire di lì. Se… ecco, se ha finito».
In realtà mi dovevo sciacquare. Avevo una brocca proprio accanto alla vasca.
«Almeno si volti» sospirai.
Sembrò imbarazzato. «Ha proprio ragione. Mi scusi».
Voltò la faccia e io mi alzai in piedi nella tinozza per sciacquarmi.
«Se posso permettermi, fossi in lei resterei in piedi il meno possibile» commentò lui. Che a quel punto si era acquattato dietro il letto.

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