Il giardiniere

Non è facile gestire un albergo a cinque stelle. I clienti sono esigenti e avanzano strane richieste. Il Blue Springs Hotel ha anche una spa e un grande parco, piscine termali, saune e boschi tutto attorno. Un vero paradiso… se sei un ospite. Courtney Staples è la direttrice e prende il suo lavoro molto sul serio. Specie ora, che l’albergo è stato acquistato da una catena internazionale e tutti si sentono un po’ sotto esame, Courtney si attiene a un codice deontologico molto preciso. Certo, c’è Mike, il massaggiatore che vuole sedurla a tutti i costi, e c’è Kovach, il nuovo giardiniere che fa sospirare tutte le clienti dell’hotel. È proprio con Kovach che Courtney rimane convolta in una sgradevole avventura, un episodio che è solo l’inizio di un’amicizia più profonda. Ma che fare se il giardiniere che hai conosciuto e per cui provi qualcosa ha un segreto e non è l’uomo che sembra? E se di segreti ne ha due?

“Quell’uomo”. Lo chiamo così perché da quando mi accorsi di lui a quando appresi il suo nome, per me fu semplicemente “quell’uomo”.
Quell’uomo era alto come un grizzly, con i capelli ispidi, le spalle possenti, il viso spigoloso. Le ospiti si voltavano per ammirarlo, mentre andavano verso le piscine. Le loro testoline avvolte negli asciugamani candidi si voltavano come in una coreografia, se quell’uomo stava potando le siepi lungo il viale che dal padiglione massaggi portava alla zona termale. Se il sudore gli incollava la maglietta alla schiena muscolosa, scatenava veloci tempeste ormonali. Alla vista del suo corpo scolpito dal lavoro, le signore inarcavano sopracciglia, sorridevano, si scambiavano occhiate e risolini.
Anch’io mi ero accorta di lui quasi subito, ma per altri motivi. Non ho mai avuto una mente frivola e in quel periodo tutti i miei pensieri erano occupati dall’imminente passaggio di proprietà, quindi non era stato per il suo aspetto fisico.
Avevo notato quell’uomo al suo secondo o terzo giorno all’hotel, una sera in cui aveva cacciato via da una delle piscine un gruppetto di ospiti adolescenti.

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Amnesia

Tess McKannon è appena uscita dal lavoro e sta per prendere la metro in una stazione centrale di Londra, quando viene travolta da un tizio che ha perso l’equilibrio sulle scale. A un esame più ravvicinato il tizio è un uomo elegante, alto belloccio… e ha un’espressione fin troppo confusa per essere solo stato spinto da qualcuno. Come Tess scoprirà di lì a poco, lo sconosciuto non ricorda più nulla, neppure il suo nome. Su una tempia ha una sbucciatura che suggerisce che abbia preso un forte colpo. Ma c’è qualcosa di strano. Attorno a “John K. Burke” ruotano personaggi equivoci della malavita internazionale e anche lui è convinto di non essere “una brava persona”. Qual è il segreto che nasconde? Se Tess vuole scoprirlo dovrà farlo a suo rischio e pericolo.

L’uomo che aggredì Tess la spintonò bruscamente e la fece quasi cadere a terra. Le strinse con forza i manici della borsa ed esclamò: «Ehi!».
Lui riuscì a recuperare l’equilibrio e la fissò con sguardo confuso.
«Mi scusi…» mormorò, e Tess si rese conto che non era un aggressore.
Invece era un tizio alto e magro, dal viso affilato ma non sgradevole, dall’aspetto serio e dall’abito di buona fattura. Indossava un cappotto leggero grigio scuro e aveva in mano il sacchetto di un negozio costoso. Un rivolo di sangue gli scendeva dalla tempia.
«Lei è ferito!» esclamò, preoccupata.
Lui si toccò la fronte, confuso. Ritirò la mano e osservò il sangue. Non sembrò stupito. Tirò fuori un fazzoletto da una tasca e si tamponò la ferita. Il sangue, fortunatamente, non era molto copioso.
«Che cosa le è successo?» chiese Tess. «Si sente bene?».
«Sì, grazie. Non ho idea di cosa sia successo, io…» sulla sua fronte si disegnò una ruga di concentrazione. «No, non riesco a ricordare». Aveva un accento americano.
«Probabilmente qualcuno le ha dato uno spintone… venga, forse è meglio che si sieda un attimo». Lo condusse verso il Pret a Manger che era subito fuori dai tornelli della metropolitana. Tess lo fece sedere su uno sgabello e lo osservò mentre si tamponava la tempia. Poi le venne un pensiero. «Credo che sia meglio che controlli di avere ancora il portafogli».
L’uomo si infilò una mano nella tasca interna della giacca.
«È qua,» disse.
«Come va, ora?»
«Meglio. È stata molto gentile, io… mi dispiace esserle piombato addosso così». Un lieve sorriso. «Come minimo avrà pensato a un maniaco. Mi scusi».
«Non lo dica nemmeno. Vuole che le vada a prendere qualcosa da bere? Un succo di frutta, un tè?».
Lui fece un cenno di diniego, sempre tamponandosi la tempia.
«Non ce n’è bisogno, grazie. Lei è già stata fin troppo gentile. Ora posso andare».
Si alzò e le tese la mano. Tess la strinse, un po’ dispiaciuta di non averne saputo di più su di lui. Sembrava un tipo interessante, con i bei vestiti e l’accento americano. Ma non poteva certo obbligarlo a farsi aiutare, no?
Lo salutò e tornò verso i tornelli della metro, tirando di nuovo fuori l’Oyster. Non seppe resistere alla tentazione di voltarsi un’ultima volta. Non c’era nulla di male, si disse. Se lui l’avesse vista gli avrebbe sorriso e l’avrebbe salutato con la mano.
Lo individuò davanti ai distributori automatici dei biglietti. Aveva un’aria spersa e dietro di lui si stava creando una coda di passeggeri ostili. Tess lasciò perdere per la seconda volta i tornelli e andò a salvarlo. Perché poi si stava dando tanta pena per quel tizio?
Perché era belloccio? Era davvero così frivola?
Be’, probabilmente sì, decise, avvicinandosi. «Mi scusi, non vorrei sembrarle invadente, ma è sicuro che vada tutto bene?».
Lui le rivolse uno sguardo smarrito. «Veramente no».

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Liaison Secrète

Sesso & Potere 5

Neptune Morgan ha una cicatrice sulla gola che le ricorda di non fidarsi degli uomini, specie di quelli che ami. Sono passati dieci anni da quando il suo ex-marito ha cercato di ucciderla e nel frattempo ha fondato un’associazione per proteggere le donne come lei. Ora è stata chiamata a far parte come membro esterno di una commissione parlamentare che deve discutere una nuova legge sulla violenza di genere. Neptune non è una politica, non sa come muoversi, ma trova un aiuto inaspettato nel cancelliere in persona. Ray si porta dietro un lutto che lo opprime, ha lo sguardo triste come una mattina di febbraio, un figlio adolescente che è tutta la sua famiglia… e capisce che Neptune ha bisogno di una guida. È così che si rende conto che forse non tutto è morto, dentro di lui…

Si sedettero su un muretto per rimettersi le scarpe. Il cancelliere si diede una spolverata ai piedi lunghi e magri, Neptune ci mise un’infinità solo per liberare dalla sabbia metà del primo piede.
«Dia qua».
Il cancelliere usò il suo fazzoletto per asciugarle e ripulirle il piede destro, mentre lei si dedicava al sinistro. La sua posizione, con entrambe le appendici in aria, doveva anche essere piuttosto buffa. Ma le sue mani sulla caviglia la facevano rabbrividire.
Lui le tirò su l’orlo dei pantaloni, asciugandola fino al ginocchio. Il suo palmo scivolò giù per la sua gamba, fino al dorso del piede. Poi le sue labbra, leggere sul perone, sulla caviglia.
Neptune avvampò per la sorpresa. Il desiderio la stordì come un colpo improvviso. La sua fica era già in fiamme, ma ora si bagnò così tanto che i suoi umori si mescolarono con l’acqua salata sulle mutande.
Lui non disse niente.

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La ragazza a un mondo di distanza

Green Mews è un postaccio, un quartiere di edilizia popolare ormai decrepita, in mano agli spacciatori e abbandonato dal resto della società. È lì che viene scaricato il corpo dell’ultima vittima dell’assassino seriale a cui sta dando la caccia il Detective Porter, della Metropolitan Police. Inutile dire che da quelle parti gli sbirri non sono visti molto di buon occhio. Ma c’è una ragazza, che girella attorno alla scena del crimine, una ragazza come un gatto selvatico, difficile da avvicinare, ma capace di stupire per intelligenza e generosità: Delyse. È l’inizio di un’amicizia difficile, venata di attrazioni complesse e incomprensioni quasi buffe. Porter con la sua missione e Delyse che cerca un futuro diverso. Forse non erano neppure destinati a incontrarsi, ma ormai è successo… anche se sembrano venire da due universi paralleli.

Delyse guardò dallo spioncino e vide Grant Porter, lo sbirro del giorno prima.
Gli colava qualcosa sulla faccia. E sui capelli. E, guardando con attenzione, sulla camicia.
Sembrava uovo.
Porter fece un gesto rassegnato. «Un’ottuagenaria obesa mi ha tirato delle uova. In questo quartiere non c’è un bagno pubblico».
«Uhm… non so se puoi entrare»
Per prima cosa era ancora in pigiama, chiaramente appena uscita da letto, con addosso solo dei pantaloncini molto corti e una casacca di cotone. Non si sentiva molto a suo agio con uno sconosciuto nei dintorni. I suoi capelli dovevano essere simili a un fungo atomico, cosa che un po’ la infastidiva. Doveva usare il bagno. Ma, specialmente, aveva la sua piccola coltivazione in soggiorno.
Porter sospirò. «Se non hai un cadavere crivellato di proiettili sul divano, credo di poter passare sopra a ogni eventuale altro crimine».
«È per uso personale» chiarì lei.
«Non mi interessa. Ho dell’uovo che mi sta colando giù per il petto e si avvicina sempre più alle mie parti private».
Un po’ controvoglia, Delyse si fece da parte. Casa sua era un casino, tra l’altro. Ma se l’uovo gli stava per colare sul pisello…
Grant entrò e rivolse a malapena un’occhiata al suo soggiorno. Si tolse la giacca (che sembrava scampata al bombardamento) e la mollò su una poltrona, poi seguì la direzione del suo indice verso il bagno. Si slacciò la fondina e la posò per terra accanto ai suoi piedi, poi si liberò anche della camicia e della t-shirt bianca che aveva sotto. Delyse seguì l’operazione con occhio critico. Non aveva riflettuto sul fatto che avesse una pistola. Era una cosa che non le piaceva un granché. Ma upgradò la sua categoria da “scopabile” a “sexy”, visto che comunque aveva un bel paio di spalle e un torace molto okay. Lui si sciacquò la faccia senza degnarsi di chiudere la porta. Bloccò un rivolo di albume che gli stava colando giù per una pancia piatta piuttosto interessante, intercettandolo giusto prima dei primi peli dell’inguine, poi le fregò con naturalezza il sapone e iniziò a insaponarsi la peluria del petto.
Ora i suoi addominali bugnati erano coperti di schiuma bianca.
Delyse osservò con occhio critico il manzo semi-insaponato che si era trovata nel bagno. C’era di peggio. Alzò il suo rating da “sexy” a “figo”.

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Cadranno i tuoi veli

Samantha, detta Sam, è tornata dall’Africa da pochi mesi e Brooklyn le sembra un paese ostile e straniero. Ha problemi di ansia e il lavoro che le ha trovato la ONG per cui lavorava in Kenya la deprime profondamente. Immaginava il suo futuro in modo diverso.
La prima notte nella nuova casa, per di più, viene svegliata da dei rumori inconfondibili nell’appartamento accanto: la testiera di un letto che batte contro il muro e gli ululati di piacere di una donna. Il giorno seguente conosce un tipo simpatico nella lavanderia del palazzo e solo alla fine si rende conto che è lui, il vicino di casa che le ha dato quel benvenuto così particolare.
Nell’arco di qualche settimana capisce che Asher è un seduttore seriale, che si libera delle conquiste subito dopo aver fatto sesso con loro. E che lei ha il dubbio privilegio di poter sentire attraverso il muro buona parte delle sue “prodezze”. Se Asher fosse solo questo Sam cambierebbe stanza alla propria camera da letto e la finirebbe lì. Ma quel ragazzo bello e amichevole ha dentro delle ombre che conoscere non è facile e un passato doloroso che, in un certo senso, rispecchia quello della stessa Sam…

Qualcosa sbatteva contro il muro. Tump-tump-tump, e così via a ritmo regolare, quasi ipnotico. Sentii un lamento, poi dei gemiti sempre più forti. Gemiti femminili. Una voce che diceva cose che non capivo per intero e che comunque non volevo…
Okay, cose che capivo quasi per intero, in realtà, perché la signorina, chiunque fosse, voleva comunicarle all’intero palazzo. Cose tipo: “Oh, sì, scopami, sfondami con quell’arnese gigante”; e tipo: “Oh, sì, ancora, sei così grosso, non resisto più, ti prego continua”.
Scusate se non riesco a rendere l’enfasi. Era piuttosto enfatica.
Lui, il possessore dell’arnese gigante, non emetteva un suono. Immaginavo che fosse il responsabile del tump-tump-tump ritmico, e che il tump-tump-timp fosse la testiera del letto che sbatteva contro il muro, ma non ne avevo le prove. Sembrava solo l’ipotesi più ragionevole.
La faccenda andò avanti per una decina di minuti, poi la tizia emise una serie di veri e propri ululati e i colpi sul muro finirono.
La donna disse qualcosa ridendo, lui sempre muto. O, insomma, parlava a voce troppo bassa perché potessi farmi i fatti suoi.
Mi chiesi chi vivesse nell’appartamento accanto al mio, è ovvio. Mi chiesi anche se fosse una coppia (in quel caso forse era meglio che spostassi la mia camera da letto) o una single. Speravo per loro che scopassero così tutte le sere, ma speravo per me che fosse solo una cosa occasionale.
Certo che ci avevano dato dentro.
Mmm… erano millenni che non mi capitava, e comunque non l’avevo mai fatto con quella foga, ne ero sicura.
Non so quanto tempo passò. Stavo di nuovo per addormentarmi, quando un nuovo gemito mi mise sul chi vive.
A seguire, i mugolii sempre più forti della mia nuova vicina e del suo focoso ragazzo. Il quale, per quel che ne sapevo, poteva anche essere muto.

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L’harem sull’82esima Strada

La carriera di Addison come fotomodella sta andando a picco. A soli ventinove anni lo spietato meccanismo delle agenzie di moda sta per espellerla e lei non sa che cosa fare della sua vita. Viene da una relazione difficile, non è mai stata così lanciata da avere un granché da parte, è demotivata e si sente senza valore. Per questo quando le propongono delle foto erotiche per un ricco committente anonimo si trova ad accettare. Dopo le foto viene un filmato, e dopo il filmato una proposta sconvolgente: diventare una delle sette professioniste sul libro paga del misterioso Signor K, professioniste destinate a intrattenerlo dal punto di vista sessuale, in cambio di una sistemazione di lusso e di una paga più che congrua.
Il Signor K è il rampollo di una dinastia industriale e ha da poco subito un grave lutto. È cinico, insensibile, maschilista… ma almeno non è brutto e le cose, con lui, sono sempre chiarissime. Addison scopre che accontentarlo non è difficile e che la vita con le sue nuove “colleghe” non è poi male. E l’autista del Signor K, Joel, ha una faccia da criminale, ma un animo pulito… sarà forse lui a insegnarle di nuovo a volersi bene?

Non mi aspettavo che mi venisse ad aprire Mayer in persona. Cioè, il Signor K.
Fermo sulla porta, mi squadrò da capo a piedi. Era vestito in modo informale, con un dolcevita scuro e dei pantaloni sportivi.
«Addison» disse. «Felice di conoscerti. Puoi chiamarmi Signor K».
Bene, bene, mettiamo subito i dipendenti a loro agio, eh?
«Sì, Signor K».
Mi fece segno di seguirlo all’interno. Era un appartamento enorme, in penombra.
«Non è la mia residenza di famiglia, è chiaro. È un posto riservato che tengo per i momenti di svago. Tu sei un momento di svago, si spera». L’ultima frase l’aveva detta con un sospiro un po’ infastidito.
Cominciamo benissimo.
«Si spera» confermai.
Entrammo in un salone. 
«È tutto bellissimo» mi sentii in dovere di dire.
«Sì? Sono felice che ti piaccia. Ora dovresti spogliarti».
Restai interdetta. Mi aspettavo un approccio più soft, forse. Oddio, non so che cosa mi aspettassi, ma non un invito a spogliarmi appena entrata in casa.
Comunque fosse… era quello per cui mi pagava, no? L’idea di andare a letto con lui non mi sorrideva in modo particolare, ma avevamo detto che potevo tirarmi indietro quando volevo… giusto?
Lasciai la mia giacca leggera su un divano. Poi mi sfilai le scarpe a tronchetto, la maglia, la gonna… iniziavo a essere in imbarazzo, anche perché K, lì, era rimasto vestito.
Fece una cosa strana. Prese un cuscino dal divano e lo buttò per terra, su un tappeto persiano sui toni del bordeaux. Non capii subito che cosa volesse.
Poi ci arrivai.
«Oh» dissi. «Scusi».
Mi inginocchiai sul cuscino. Così com’ero, in slip e reggiseno. Era tutto piuttosto inquietante.
K si avvicinò a me e mi trovai il cavallo dei suoi pantaloni davanti alla faccia.
Non mi diede una buona sensazione. Era troppo intimo, iniziare con una fellatio. Capivo che mi pagava per fare quello che andava a lui, ma non ero solo un buco da fottere. Ero una sua dipendente… e ai dipendenti devi anche mostrare un po’ di rispetto, no?  Potevo alzarmi e andarmene – vaffanculo i soldi.
Ma K non se lo tirò fuori. Mi posò una mano sulla testa e mi accarezzò i capelli come se fossero il pelo di un animale domestico.

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Tutto per una ragazza “facile”

Lila si è trovata una strana professione: fa recensioni piccanti su You Tube. D’altronde nell’area di New York, per una ragazza laureata da poco in giornalismo non ci sono molte opportunità di lavoro stipendiate decentemente… e il suo canale ha moltissimi follower.
Un giorno come tanti, in un’estate soffocante come solo a Brooklyn, il suo pigrissimo gatto decide di fuggire e di restare intrappolato su un albero. Lila lo insegue ancora vestita da casa, una vicina impicciona chiama i vigili del fuoco e queste sono le imbarazzanti circostanze in cui incontra Jackson, un uomo che sembra scappato da una pubblicità di intimo maschile. La sua amica Sally lo definisce all’istante “un manzo esagerato”, ma Jackson non è solo questo: il suo matrimonio è agli sgoccioli e ha paura di come potrebbe prendere un divorzio sua figlia di sette anni. In un momento del genere le donne proprio non gli interessano, ma Lila ha qualcosa di diverso, qualcosa che lo attrae che lo voglia o meno.
E non conta nulla che lei non abbia nessuna intenzione di avere a che fare con un uomo ancora formalmente sposato, non conta neppure che lui non stia cercando una relazione… quando la scintilla scocca è difficile ignorarla. Nonostante i problemi, i sensi di colpa e il cattivo tempismo.

«Che manzo esagerato» commentò Sally mentre lui si allontanava, a voce bassa per non farsi sentire.
Mentre ognuna delle donne in piedi attorno all’albero – e di sicuro anche qualche uomo – si scioglieva nella sua personale nuvoletta di endorfine, il pompiere moro saltò sul camion e iniziò ad arrampicarsi sulla scala. Il gatto George lo guardò con profondo sospetto e si voltò per mostrargli il suo lato B. O, più probabilmente, per cercare una via di fuga che gli risparmiasse l’umiliazione di essere preso in braccio da uno sconosciuto.
Non ne trovò e il pompiere lo sollevò delicatamente, tenendolo nell’incavo di un braccio come un pupo peloso e dagli occhi a fessura. George se ne restò buono.
Il suo salvatore ridiscese la scala tenendosi con una mano sola, saltò giù dal camion e tornò verso di me. Non so perché, ma il tempo sembrò rallentare. Okay, magari lo so anche, perché.
Diciamo che mentre George mostrava a tutti il suo lato B peloso, il suo pubblico si era un po’ distratto guardando il lato B del pompiere. Era un ottimo lato B.
«Ecco qua l’arrampicatore» annunciò lui, con un sorriso divertito.
Si avvicinò per farmi prendere George, il quale pensò bene di aggrapparsi al suo braccio con le unghie.
Chiusi gli occhi e sospirai, mortificata.
«Se potesse staccarlo…» disse lui.
Staccai entrambe le zampette di George dai bicipiti del pompiere.
«Mi dispiace davvero moltissimo, mi creda».
Lui si guardò il braccio. «Nessun danno».
Era parecchio più alto di me e per passarmi George si sporse sopra la mia spalla destra. Sentii una goccia cadermi su una clavicola e poi scivolare giù, tra i miei seni, e mi resi conto che era una goccia del suo sudore.
Presi il gatto. Il pompiere mi sembrò imbarazzato.
«Mi… dispiace» borbottò.

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Classificazione: 5 su 5.

Ladri e conigliette

Sevil sta tornando a casa dal lavoro, quando viene aggredita da tre malviventi. È notte, vive in un brutto quartiere e sembra che le cose si metteranno male, per lei. Ma all’improvviso spunta dal nulla un uomo. Minaccia gli aggressori con una pistola, la aiuta a tornare a casa. Potrebbe sembrare una specie di angelo, se non le confessasse subito di essere in realtà un ladro con la polizia alle costole. Visto che l’ha appena salvata, Sevil accetta di nasconderlo. Solo più tardi scoprirà che il bel Kael non è solo un ladro di gioielli, è anche nei guai con un malavitoso locale. E che quello che è nato tra loro in un momento di incoscienza molto difficilmente avrà un futuro…

«Sevil?».
Era la voce di Kael, il mio rapinatore custode. Be’, in un quartiere come quello probabilmente era anche meglio di un angelo. «Ora esco» mormorai. Le mie parole si persero nello scroscio dell’acqua. In realtà non ero molto sicura di riuscire a rialzarmi.
La porta si aprì e la tendina venne scostata.
Kael chiuse il getto dell’acqua e mi aiutò a mettermi in piedi.
«Dovevo saperlo che saresti andata K.O.» disse, in tono gentile. «Va bene questo accappatoio?».
Annuii. Era il mio accappatoio. Era verde e un po’ spelacchiato. Kael mi aiutò a indossarlo e mi tirò su il cappuccio, stringendomi bene la cintura in vita.
«S-scusa, non…» balbettai.
«No, è normale. Quando ti rendi conto che stavi per morire fa uno strano effetto. Il mio palo… gli hanno sparato. Credo che sia morto». Mi asciugò i capelli con il cappuccio, strofinando forte. «Se non lo dicevo a qualcuno impazzivo» aggiunse.
Lo guardai nello specchio, nelle zone non appannate dal vapore. Era pallido e sudaticcio. Sembrava sconvolto e spaventato. «O-okay» dissi.
Mi voltai verso di lui e lo guardai direttamente, senza sapere bene che cos’altro aggiungere. Nel mio bagno c’era troppo caldo e troppo poco spazio. Eravamo praticamente incastrati tra la doccia e il lavandino. Mi alzai sulla punta dei piedi e lo baciai. Mentre lo facevo mi chiesi: Sevil, che cavolo ti salta in testa? Ma continuai a farlo, persino con una certa prepotenza, stringendo il maglione di Kael con entrambe le mani.
Lui allontanò la bocca di qualche centimetro, con in viso un’espressione confusissima. «Ma sei sicura?» chiese, in tono stranito.
Annuii e lo tirai verso di me. Lo baciai ancora più furiosamente, finché non cominciò a baciarmi a sua volta. Sembrò che volessimo mangiarci la bocca a vicenda. Gli strattonai il maglione verso l’alto, cercando di toglierglielo. Kael collaborò non appena capì quello che stavo facendo. Mi strinse i fianchi. Poi sembrò sbloccarsi e partire sul serio. Mi infilò una mano tra i capelli ancora bagnati, tirandomi verso di sé. Mi slacciò l’accappatoio e mi palpò una natica, schiacciandomi contro il lavandino.

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Tra le braccia di uno sconosciuto

È una giornata di pioggia e Pete sta fumando una sigaretta fuori dall’officina dove lavora, quando gli corre addosso una ragazza. Skye, fradicia, piangente, disperata, con mille sacchetti dello shopping in mano e un aspetto “costoso”.
Pete le offre di usare il bagno dell’officina per asciugarsi e di chiamarle un taxi. Skye si stringe a lui e lo bacia, quasi lo costringe a fare l’amore con lei. Lì, su due piedi. Pete pensa che sia matta, ma è anche bellissima… la asseconda. Subito dopo lei scappa via, riprendendo tutti i suoi sacchetti tranne uno. Pete si ritrova con una gran confusione in testa e una borsetta di marca da restituire a quella sconosciuta fuori di testa. Ma lo è davvero? In qualche modo Pete sente che Skye è molto diversa dalla donna disperata che ha incontrato quel giorno sotto la pioggia…

Le aprì la porta del piccolo bagno.
«Ci sono degli asciugamani puliti in quell’armadietto» spiegò.
Lei si decise a rivolgergli un sorriso. Un sorriso incantevole, in realtà, fatto di denti bianchi e perfetti. «Grazie. Sei gentile. Io sono Skye».
«Io Peter. Cioè, in realtà sarebbe Petre, ma tutti mi chiamano Peter».
Skye prese un asciugamano, lo esaminò per qualche secondo con vago scetticismo, e iniziò a strofinarsi i capelli.
«Petre. Perché?».
«Sono nato in Georgia».
Lei aggrottò le sopracciglia. «Non sapevo che in Georgia…»
Peter rise. «Non la Georgia americana. Quella europea».
«Ah». E poi: «C’è una Georgia anche in Europa?».
Lui rise di nuovo. «E già. Anche se è un po’ in Asia. È sul Mar Nero, hai presente?».
«Come la Turchia?».
«Proprio».
«Ehm… wow. Si imparano sempre cose nuove. Senti, ti dispiace tenermi un attimo la giacca?».
Aveva già seminato attorno a sé i sacchetti, ora si sfilò il giacchino leggero senza aspettare che Peter assentisse.
Anche se lui non aveva niente in contrario.
Prese l’indumento fradicio, cercando di non bagnarsi a sua volta e, specialmente, di non macchiarlo di grasso. Skye si piegò sul lavandino e si sciacquò la faccia, un gesto che Peter capì solo fino a un certo punto. Era già quasi tutta bagnata dalla pioggia.
Il vestito bianco e dorato che portava sotto la giacca le si incollò alla schiena, rivelando la fascia del reggiseno. E quando si rialzò, in trasparenza… niente, la stoffa sottile e bagnata rivelò tutto, dall’ombelico di lei, al completo di pizzo bianco.
Peter la guardò come un imbecille.
La fissò del tutto disarmato, senza avere idea di che cosa fare.
«Non avete un phon?» chiese lei.
Peter scosse la testa.
Il bagno stesso era poco più di uno sgabuzzino, con un water, un lavabo, l’armadietto con i loro asciugamani e i loro ricambi, perché lavorare in un garage sporcava parecchio…
«Non puoi chiudere la porta? Solo un attimo?».
Peter retrocesse. «Sì, certo, non volevo…»
Skye lo tirò dentro per la felpa e chiuse la porta alle loro spalle. Peter si chiese che cacchio stesse succedendo, se lo chiese con queste esatte parole, ma poi il pensiero gli scivolò via dalla mente, perché Skye si era appena sfilata il vestito e lo stava strizzando nel lavandino in mutande e reggiseno.

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Il filantropo

Alla clinica pediatrica dove lavora Maggie Honeyville è in arrivo un paziente adulto molto particolare: Eli Talisman, il filantropo che li sovvenziona da anni e che – si dice – non esce mai dalla sua villa. Prima e dopo l’intervento Maggie ha modo di conoscerlo e di apprezzare la sua intelligenza, il suo sense of humour garbato e la sua acuta umanità. A sua volta Eli sembra vedere in lei un’anima affine, o comunque una persona in grado di lenire la sua solitudine. Maggie vorrebbe diventare sua amica, ma si rende presto conto di provare per lui un’attrazione che non è solo spirituale. E quel desiderio potrebbe mettere a rischio un legame reso già difficile dalle circostanze…

La sutura percorreva in orizzontale e per circa sette centimetri il torace alabastrino di Talisman, dato che l’intervento non aveva potuto essere eseguito in endoscopia. Maggie scollò delicatamente tutti i punti dalla pelle, li tagliò e li staccò uno a uno. Talisman non dimostrò in alcun modo di trovare la procedura sgradevole, anche se di certo gradevole non era.
«Le resterà una cicatrice quasi invisibile» disse.
Maggie osservò gli addominali leggermente bugnati di lui, la sua pancia piatta e dura, i piccoli capezzoli circondati da una peluria poco pronunciata… poi le clavicole e il collo, la testa abbandonata sul cuscino e gli occhi socchiusi.
«È andato tutto bene, no?» disse. E lo accarezzò.
La tentazione era stata troppo forte, semplicemente. Sapeva che non avrebbe dovuto farlo, ma era convinta che a lui non sarebbe dispiaciuto. Lo accarezzò con la punta delle dita subito sotto alla cicatrice.
Talisman si limitò a socchiudere gli occhi ancora di più.
«Sì, tutto bene».
Maggie gli fece scorrere un dito sul torace creando dei lenti cerchi.
«Che cos’è?» mormorò lui, chiudendo del tutto gli occhi.
«Da piccola mia madre diceva che erano formichine che si arrampicavano».
Talisman accennò un sorriso. «Mi piace. È molto… rilassante».
Maggie continuò a solleticarlo. “Che diavolo sto facendo?” si chiese. Ma ormai aveva iniziato e lui sembrava soddisfatto e assonnato. “Sì, e tu?” Lei lo trovava gradevole, intimo, persino sensuale. Lo solleticò attorno a un capezzolo e la bocca di Talisman si dischiuse in un sospiro muto. Maggie non osava sbirciare più in basso per capire se fosse eccitato oppure no. Lei lo era, anche se era un’eccitazione a bassa frequenza. Sfiorandolo in modo quasi impalpabile compose dei cerchi pigri attorno ai suoi capezzoli e più in alto, fino al suo collo. E i suoi capezzoli si erano induriti, dimostrando che gli piaceva.
Ne accarezzò uno con il pollice e quello che avrebbe voluto fare, si rese conto, era inumidirlo con la propria saliva e poi soffiare. Non lo fece. Lo pizzicò dolcemente con le dita.

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